MOLESTIE
E tutto
il nostro dire...
No. Non è come crediamo, né come vorremmo far credere,
perché le nostre molestie,
non sono sconfitte dell'autocontrollo davanti
al nostro sentimento ed alla nostra passione - la malattia che ci consuma
- non gesto talvolta inconscio, non perdita di misura, non errore. Niente
di tutto questo, no, mai nulla di simile: solo volontà di ricatto
e di umiliazione. Cattivi.
Non debolezza, non cedimento alla fiamma che cova,
alimentata dal vento della vicinanza quotidiana, della frequentazione di
lunga durata, della prossimità fisica, del contatto casuale, della
confidenza quasi familiare. Niente di tutto questo: solo volontà
di disprezzo e di scherno. Malvagi.
Non difficoltà di relazione, non tensione
emotiva del desiderio incessantemente vivo, non disagio dell'attenzione
distratta e nemmeno estemporanea vittoria dei nostri ormoni indomabili
sulla fatica dell'autorepressione quotidiana. Niente di tutto questo, no.
Questo mai: solo volgarità e brutalità. Maiali.
Non tracimazione di quello stesso fiume che alimenta
la sproporzione delle cortesie e dei favori, lo scambio ineguale di riconoscimenti,
il generoso inesauribile complimento, l'aiuto che anticipa, il quotidiano
intramontabile corteggiamento. No. Nulla di tutto questo: solo insulto
e crimenlese. Odiosi.
Non perdita di controllo, non cedimento al fascino
esaltato e visibile ad ogni angolo ed in ogni momento, non caduta della
volontà turbata, non fuga istintiva dal disagio. No, mai niente
di simile: solo provocazione ed offesa. Lupaglia.
Non cedimento allo stress, non rottura di quella
corda eternamente tesa e pizzicata ogni giorno, ogni ora, dai profumi studiati,
dalle forme accentuate, dai bottoni dimenticati. No. Non così: solo
reificazione e dominio. Cani.
Non maldestro gesto di affetto, non avvicinamento
amichevole fuori luogo, non scomposta miscela di ammirazione e di simpatia,
non sbilanciato atteggiamento paterno. Niente di simile, mai: solo viscida
morbosità. Laidi.
Non errata interpretazione, non dubbio sull'indefinito
confine, non incertezza di comprensione, non buona fede, non equivoco,
non malinteso. No, questo mai: solo diretta volontà di male. Ribaldi.
Non risposta - pesante, certo - al ricatto della
dipendenza, non contrasto alle speculazioni sui nostri ormoni, non estrema
difesa - inurbana, sicuro - alla subordinazione della mente, non reazione
- cruda e diretta - ad invisibili giochi impietosamente praticati da qualcuno
sulla nostra debolezza. No, questo non può essere: solo cattiveria
e sporcizia. Sozzi.
Non tentativo di liberare la mente che altri occupa
maramaldeggiando, non modalità - scorretta, è sicuro - di
spezzare i fili invisibili dell'ammiccante ricatto, non movimento - rozzo
e sgarbato - verso la libertà dalla sottomissione ormonale. No:
nessuna giustificazione, nessuna comprensione, nessuna pietà. Porci.
E l'occhiata trasversale che invita a coprirsi,
non sincera ammissione di debolezza, non lucido riconoscimento della nostra
dipendenza, non parola di verità sul nostro stato, non intelligente
tentativo di proteggere noi stessi e gli altri dalla confessata malattia.
No. Bugia. Solo invidia, censura di vecchi impotenti. Pretaglia reazionaria.
Ed il suggerito invisibile invito a scostarsi, non saggia prudenza, non domanda di collaborazione contro l'asimmetrica pulsione e le asimmetriche modalità, non invito alla Cavalleria, non richiesta di aiuto. No, non è così: solo livore, repressione liberticida. Talibàni.
I nostri, siano anche contraccambio, nella paura
dell'indeterminata definizione, fuori dalla nostra volontà, fuori
dalla nostra previsione.
Attendere il giudizio,
che l'errore o l'equivoco, il rispetto di sé
o l'invidia dell'altro, l'antipatia o l'affetto, il coraggio di una nuova
generazione o l'immortale idolatria di se stesse, la protezione del proprio
corpo o l'oscena follia dell'Immacolata Concezione, il risentimento di
una simpatia ricambiata troppo tardi o la sacrilega profanazione dell'Intangibile
Tempio (novello 'Delitto di Lesa Gnocca'), la difesa della propria dignità
o il piacere della nostra umiliazione o l'insondabile, insindacabile intreccio
di tutto quel bene e di tutto questo male, alla fine, decreteranno.
I nostri abiti castigati proteggono gli altri dalle loro poche debolezze.
L'unica vera - il contatto - custodita dalle muraglie
e dalle torri delle comuni conquiste, dallo stile, dalla politesse, dalla
paura della reazione umiliante, della possibile vergogna, dai regolamenti,
dalla legge.
Gli altri, le Mura della Civiltà a proteggerli dalle disperse schiere dei loro ormoni.
Noi, disarmati e nudi, davanti al tracotante esercito
dei nostri. Chiamati a dieci, a venti, a quarant'anni di perfezione per
evitare il nome di maiali.
E' la nostra ora: inebriati dal zuccherino male,
ammaliati dalla dolce sofferenza, accecati dal brivido del confine, penseremo
squisita quella sospensione dell'anima, quella tensione indefinibile, quel
male che non ci sazia e che mai oseremmo chiamare ricatto.
Mentendo a noi stessi senza pietà, in oltraggio alla nostra anima ed alla nostra storia che pensavamo libera, con quell'invisibile, quell'impossibile, quell'impensabile evanescente schiavitù che si chiama d i p e n d e n z a, pagheremo caro, pagheremo tutto il prezzo di quest'impari libertà.
Con la menzogna nasconderemo la viltà di
non aver osato pensare che anche la nostra era degna di essere difesa,
che due libertà potevano vivere insieme.
E tutto questo dire,
non parole di verità, non racconto di esperienza che, per opposto inconfessabile interesse, da sempre neghiamo e che per sempre, complici, negheremo.
Non conoscenza del vero, non sguardo sulla trama invisibile di quella nuova acuminata convivenza.
Non domanda in attesa di risposta, quella risposta che la simmetrica viltà non vuole dare.
Non problema in attesa di soluzione, quella soluzione che la reciproca menzogna non vuol trovare.
Niente di tutto questo. Una sola parola: maschilismo.
>Chi ha distrutto Vukovar?
< L'ha distrutta l'esercito serbo, soldati serbi: maschi.
>E' evidente. Maschi. Solo mani maschili l'hanno distrutta. Riusciamo noi a pensare che una sola cannonata sia stata sparata da una donna? Una mina posizionata da una donna? Un colpo di piccone, uno sparo, da mani femminili? Puoi tu pensare che un solo mattone sia stato divelto dalla mano di una donna?
<Non solo non è vero. Non è nemmeno pensabile. E' assolutamente sicuro che le mani delle donne non hanno contribuito minimamente al crimine. I maschi hanno distrutto Vukovar e le altre centomila. Chi altri? Se i fatti contano qualcosa, quei fatti parlano chiaramente ed incontrovertibilmente.
>Concordo. Se si potesse smentire una simile evidenza, i fatti non conterebbero più nulla in nessun ambito della conoscenza e del giudizio. Se ne ha la controprova: immaginiamo di cercare le responsabilità di un qualsiasi accadimento. Dove e cosa cercheremmo se non i fatti, gli eventi tangibili, le azioni, le opere, la materialità dei comportamenti? Se una serie di eventi come quella, documentata, filmata, testimoniata e visibile, materialmente tangibile potesse non essere assunta come prova di un delitto, quale delitto mai potrebbe essere provato? Quale colpevole individuato? Se Vukovar non è stata distrutta dai maschi, sarebbe allora stata distrutta dalle femmine? Cosa ci aspettiamo di più, cos'altro avrebbero dovuto fare per convincerci del crimine?
<'Incontrovertibile' mi sembra il termine corretto. Ma devo riconoscere che qualcosa non torna, pur di fronte ad una simile evidente evidenza.
>Consideriamo una città qualsiasi del mondo presente o del passato. Pensi tu che un solo mattone sia stato mosso, una pietra collocata, un davanzale posizionato, un camino eretto, un sacco di sabbia portato da una donna?
<Non è impossibile. So di donne ingaggiate nella costruzione di ponti ferroviari durante la guerra. Ma quel che dici è vero. Non vorrai però dire che le donne non fanno, o che non abbiamo mai fatto lavori pesanti?
>Non parlo del faticare. Parlo del distruggere e del costruire. Considera una carta topografica. Puoi tu pensare a donne che costruiscono porti, strade, ferrovie, canali, gallerie, ponti, palazzi? Che lavorano nelle miniere, sulle impalcature, che muovono terra, che scavano acquedotti o collocano fognature?
< Stai dicendo che le donne non costruiscono ma solo conservano, è un luogo comune, e forse, in una di quelle tue pulsioni nicciane, oserai dirmi che in fondo i maschi possono distruggere ciò che hanno costruito.
>Chi è che costruisce? Gli architetti che inventano, gli ingegneri che calcolano, i potentati politici ed economici che decidono e finanziano, gli imprenditori che organizzano, i capicantiere ed i capimastri che gestiscono, gli artisti che abbelliscono? I maschi che fanno lavoro newtoniano: ... 'forza per spostamento'? Se sono le mani che costruiscono, allora solo gli operai costruiscono. Chi è che costruisce? Sono le mani degli operai nei cantieri o quelle delle donne invisibili che li tengono in vita? Dove sono i progetti, sul tavolo dei disegnatori o nel corpo dei loro figli? Chi mai costruirebbe senza il futuro? Dove la causa del tutto? Dove il senso? Già... il visibile, il visibile. L'apparenza. L'incontrovertibile evidenza. Le mani che costruiscono, le mani che distruggono. Le mani. Centomila Vukovar. Vukovar di Slavonia.
Tutto è così stucchevolmente banale ... adesso.