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LA CONVERSAZIONE
6

29 - Domesticazione.
Sulla domesticazione universale della civiltà urbana.

di Michele Vignodelli
 

30 - Modernità castratrice. Un'ipotesi d'uscita

di Armando Ermini


 



La pubblicazione e la diffusione degli interventi che seguono deve essere autorizzata dai singoli autori.

Domesticazione
di Michele Vignodelli

   Il problema di fondo è, a mio avviso, la perdita dei riferimenti ambientali e sociali a cui i due generi della nostra specie (ma forse si dovrebbe dire tre, considerando l'eccezionale e certamente non casuale diffusione degli omo-bisessuali maschi) erano adattati prima della rivoluzione agricola e urbana. Nella classica interpretazione femminista questa svolta drammatica avrebbe enormemente avvantaggiato i maschi e penalizzato le donne, ma questo è evidentemente falso, nel senso che entrambi i generi (e anche il "terzo") hanno dovuto subire uno stravolgimento durissimo dell'ecologia mentale e fisica.

La storia scolastica narra le gesta di re, eroi, condottieri, profeti, imprenditori e dimentica facilmente i miliardi di maschi che sono stati castrati psicologicamente come capponi o resi disperatamente feroci come galli da combattimento per diventare ubbidienti servi della gleba, compunti impiegati, rabbiosi "caporali", carne da cannone, topi da miniera, ecc. ecc. Quanto alla condizione degli avidi superdominanti, rinchiusi nella solitudine della loro superbia, nell'ossessione accumulativa di cariche, denaro e potere, che li conduce a strumentalizzare ogni rapporto umano, è sicuramente la più inammissibilmente disperata di tutte. La cosa più perversa e grottesca, tanto da costituire una delle esche più subdole del Sistema urbano, è che queste povere vittime sacrificali, in preda a una vera e propria coazione autodistruttiva, sono invidiate come "nababbi" e ammirati come semidei, pur essendo totalmente escluse dai tre maggiori piaceri della vita: la contemplazione estetica, l'amicizia e l'intimità sessuale (che si basano sull'ozio creativo, sul cameratismo e sulla reciprocità affettiva, mentre rifuggono da attivismo, denaro, potere e adulazione).

I maschi sono sempre stati le vittime principali della domesticazione umana avviatasi dodicimila anni fa, anche più delle donne che pure erano formalmente condannate alla reclusione domestica se non a una vera e propria schiavitù. Tanto per cominciare le donne sono meglio preadattate allo svolgimento di compiti ordinati, metodici e ripetitivi che con la civilizzazione ha avuto uno sviluppo enorme, fino a diventare eccessivo anche per loro. Il feroce bullismo dei giovani maschi civilizzati è sempre stato l'espressione del loro profondo disagio di fronte alle richieste degli ordinati campi coltivati, della scuola, della fabbrica, dell'ufficio, dell'esercito che condannava la loro sportiva esuberanza e avventurosa creatività, anche e soprattutto in campo sessuale. Non è certo solo un fenomeno recente la stragrande prevalenza di maschi tra i carcerati, i disadattati, i ribelli, i suicidi, i paranoici.

Questa rabbia è stata però per lo più sapientemente incanalata e sfruttata dalle strutture piramidali del potere metropolitano per costituire i suoi "quadri" di ringhiosi caporali, fenomeno che ha alla sua base molte donne e molta silenziosa,"ordinata" violenza femminile (madri, maestre, professoresse, badesse). Un certo tipo di patologia maschile, in forma narcisistica ed egocentrica, veniva attivamente coltivata dalla società con una sapiente miscela di mammismo iperprotettivo e assenza cronica del padre per lavoro, per produrre il tipico esemplare di carrierista d'assalto "berluscoide": una sorta di supercaporale perversamente accattivante destinato a ipnotizzare le masse e a diventare la maggiore vittima di sé stesso (delle sue ossessioni) a maggior gloria dell'azienda, del partito, della causa, del Sistema urbano parassita.

Potrà sembrare paradossale, ma la fine del formale asservimento femminile conseguente allo sviluppo della tecnologia ha rappresentato per i maschi una parziale liberazione dalla gabbia di ferro del "bravo padre di famiglia" alla Fantozzi, tremendamente frustrato sul lavoro e costretto a subire la rabbiosa aggressività domestica di una moglie reclusa in cucina e sessualmente repressa. Ma il prezzo è stato alto, perché l'eden paleolitico resta lontano: totale negazione dell'identità maschile e femminilizzazione ossessiva dovuta all'attuale irrilevanza delle differenze tra i generi che ha reso possibile la presunta "liberazione femminile" (la libertà - leggi obbligo sociale - di diventare ciniche manager carrieriste, politici ambigui e opportunisti abbaianti sergenti maggiori, fumatrici incallite, netturbine e tante altre cose deliziose che i maschi spaventati dal bastone e allettati dalla carota si tenevano gelosamente strette).

Lo sradicamento dell'umanità dalla sua natura genetica che chiamiamo civiltà procede nella sua espansione tumorale verso l'inevitabile addomesticamento totale, che come ogni addomesticamento passa prima di tutto attraverso la castrazione. Se prima risparmiava una vistosa minoranza di "galletti da combattimento" resi feroci dalle torture infantili perché gli tornavano utili nel suo aggressivo bellicismo espansionistico, oggi tende a trasformarci tutti in grandi capponi da supermercato imbottiti di dolcetti e di estrogeni. Ricostruire un'identità maschile, ma anche autenticamente femminile, non può quindi prescindere da una critica radicale della civilizzazione urbana. Fenomeno che disegna la sua grande parabola fuori da ogni possibile controllo umano, inattaccabile a ogni riforma che non sia la facciata di un nuovo livello di asservimento dell'uomo e della natura, e a cui ci si può sottrarre solo con una consapevole evasione. Dalla prigione urbana non si esce in massa, ma solo uno per volta.

Michele Vignodelli

 

Modernità castratrice
di Armando Ermini

Scrive, fra l'altro, Michele Vignodelli: "Ricostruire un'identità maschile, ma anche autenticamente femminile, non può quindi prescindere da una critica radicale della civilizzazione urbana. Fenomeno che disegna la sua grande parabola fuori da ogni possibile controllo umano, inattaccabile a ogni riforma che non sia la facciata di un nuovo livello di asservimento dell'uomo e della natura, e a cui ci si può sottrarre solo con una consapevole evasione. Dalla prigione urbana non si esce in massa, ma solo uno per volta."

L'articolo nel suo complesso è molto stimolante e pone diversi problemi. Riporto questa parte perché sono d'accordo sulla necessità di una critica radicale alla civiltà urbana, che coincide colla modernità, e sull'addomesticamento come castrazione. Foucault parla del "controllo sui corpi" come necessità del potere. E descrive diffusamente i metodi attraverso i quali i corpi dei soldati, e con essi la mente, venivano plasmati attraverso una "educazione" ai gesti, alla loro misura, ritualità e ripetitività. E sono d'accordo anche sul fatto che qualsiasi movimento di "massa", in cui l'individuo si identifica con essa, non ci faccia uscire dalla prigione, ma ne riproponga una nuova. Mi chiedo però se sia possibile l'uscita individuale di tutti gli esseri umani o di una loro maggioranza, perchè è evidente che la consapevole evasione di pochi lascia intatta la struttura del potere. Ossia mi chiedo, senza rispondermi, se nella civiltà di massa è possibile il raggiungimento di una consapevolezza individuale per un gran numero di persone. E soprattutto verso cosa ci dovrebbe portare questa consapevolezza, perchè nell'articolo si critica la società urbana ma anche quella agricola.

Si critica cioè, mi sembra di capire, il concetto stesso di civiltà, facendo risalire l'inizio dell'addomesticazione a dodicimila anni fa. Io credo che il processo di addomesticazione abbia assunto una grande accelerazione soprattutto negli ultimi secoli, e che, in precedenza, pur con grandi problemi e contraddizioni irrisolte, c'era uno sforzo, anche concettuale, per mantenere una corrispondenza fra ordine istituzionale e ordine "naturale", nel quale aveva grande parte il concetto di Sacro. Ogni cosa può naturalmente essere soggetta a critiche. Il punto è però che oggi è saltato lo stesso concetto di ordine naturale. La domanda che ci dobbiamo porre è come cercare di recuperarlo, nelle forme e nei modo possibili. "Un certo tipo di patologia maschile, in forma narcisistica ed egocentrica,veniva attivamente coltivata dalla società con una sapiente miscela di mammismo iperprotettivo e assenza cronica del padre per lavoro". In questa frase io trovo una spiegazione di quello che sta avvenendo ed una chiave di risoluzione possibile. Se cresce la consapevolezza dell'importanza del padre nel rapporto coi figli come trasmettitore di identità, di valori come il dono di sé e come ponte verso il mondo (non certo, ovvio, per cambiare i pannolini come qualcuno vorrebbe) e quindi rivalutasse il senso della sua figura maschile, automaticamente si ridimensionerebbe il mammismo iperprotettivo con i suoi corollari di narcisismo ed egocentrismo. E con essi entrerebbe in crisi la modernità. Va da sé che sto banalizzando problemi complessi, ma un nucleo di verità esiste. Inutile dire che sono d'accordo sulla critica all'interpretazione femminista dei processi descritti che non sa sollevarsi dalle mere apparenze, e di queste volutamente trascura aspetti importanti.

Armando Ermini

 


 
 

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