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LA CONVERSAZIONE
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24 - Riflessioni sul femminismo

Un intervento di Ramón Lamas
 

25 - E se fosse vendetta?

Un'ipotesi che, alla fine, si deve pur prendere in considerazione.
di Rino Barnart

26 - Le Uome

Sulle nuove femmine e la loro malattia.
di Cesare Brivio

27 - Utili per la guerra

I maschi ridiventano utili nel momento in cui vanno ad uccidere ed a morire per tutelare ed espandere quel sistema morale che li ha rovinati. E questa nuova guerra, al pari delle altre, verrà usata come capo di imputazione contro il loro Genere.
di Rino Barnart

28 - Violenza al femminile

Sulla violenza dei due generi e il doppio standard di giudizio
di Sandro Desantis
 



La pubblicazione e la diffusione degli interventi che seguono deve essere autorizzata dai singoli autori.

Riflessioni sul femminismo
di Ramón Lamas

   Le relazioni tra i due sessi sono state sin dall’inizio della storia e certamente continueranno ad essere per sempre, fonte tanto di poesia quanto di prosa quotidiana, di narrazioni letterarie come di pratiche politiche, di drammi come di incanti, di felicità come di tragedie per gli esseri umani sessuati per natura.

   Tra le molte e diverse prospettive apparse nella storia nella doppia veste di interpretazioni e di indirizzi d’azione attorno a questa intrigante e ingarbugliata questione, quella offerta dal femminismo appare certamente essere la più significativa, la più vasta, la più elaborata ed efficace in tutti gli ambiti dell’attività umana presi insieme ed in ciascuno di essi considerato singolarmente.

   Vi sarà tempo per dissertare su cosa il femminismo sia ed in qual modo e sino a che punto sia penetrato nella società attuale interpretandola, condizionandola ed orientandola verso gli obiettivi consoni alla sua analisi ed ai suoi scopi.

   In ogni caso si deve ammettere che il femminismo ha dato un grande contributo sia all'espansione del corpo delle conoscenze umane sia alla prassi sociale e politica dell'ultimo secolo.

   Senza dubbio nel tracciare la strada che ha portato le donne al preminente livello sociale in cui agiscono oggi, almeno nell'area geografica che va sotto il nome di Occidente, il femminismo ha caratterizzato il suo avanzamento e le sue iniziative in molti e diversi modi, il più singolare dei quali è la collocazione di fronte al maschio che, lasciando da parte altre considerazioni, si deve qualificare senz’altro come ostile.

   Pur sotto considerazioni diverse e pur con tutti i distinguo del caso, quel che è certo è che il femminismo si colloca di fronte al maschio come di fronte al nemico, tanto sul piano storico, come anche politico, culturale, sessuale, narrativo o semplicemente domestico.

   Questo atteggiamento di avversione si è sedimentato profondamente nella società contemporanea ed ha condotto ad una situazione che, non fosse per le sue non rare componenti drammatiche, potrebbe esser definita ridicola.

   Che i maschi non abbiano sinora fatto fronte contro questa possente lobby – da alcuni denominata “internazionale femminista” - è un fatto davvero curioso che paradossalmente affonda le sue radici proprio in alcuni caratteri di quel maschilismo contro cui appunto combattono le agguerrite teoriche e le partigiane del femminismo così come quei maschi che sono loro compagni di viaggio.

   Su questo punto i membri di questo Collettivo* manifestano tutta la loro preoccupazione per l’accanimento con il quale le femministe persistono nel proclamarsi vittime del complotto storico e universale attuato dagli uomini contro le donne e per le conseguenze che, ad ogni livello, derivano da un simile assurdità teorica. Tra le più corrosive vi è la battaglia ingaggiata dalle femministe per colpevolizzare il maschio per tutti e per ciascuno degli scompensi che natura, storia, vita e società producono nelle relazioni tra i sessi.

   Si è giunti in tal modo ad una condizione tanto estrema da far ritenere sacrosanto ogni metodo capace di colpire moralmente la presenza maschile, di criminalizzare qualsiasi contrasto relazionale e di garantire l’amputazione sistematica dei punti di vista maschili. Una pretesa assurda di femminilizzare la società, la giustizia, la politica nonché il sesso e persino il futuro che, con arrogante cinismo, le femministe pretendono debba essere “al femminile”. Tutto questo sulla base della predicata discriminazione della donna ed a sostengo delle celebrate “discriminazioni positive” a suo favore.

   In opposizione a tutto ciò, i membri di questo Collettivo reputano che debbano essere messi in discussione con urgenza il femminismo, le sue teorie, i suoi programmi nonché l’orientamento della sua pratica socio-politica.

   Sostengono inoltre che il femminismo si è convertito in un elemento vincolato al passato e privo di soluzioni realmente efficaci e fertili per il futuro delle relazioni tra i sessi: va da sé infatti che i maschi, forzatamente, non possono entrare nello scenario femminista.

   E’ però verosimile che le prospettive indicate dal femminismo non siano molto promettenti per le stesse donne delle quali si continua a suggerire l’inferiorità in quanto incapaci di difendersi e superare autonomamente le difficoltà, necessitando invece in permanenza della stampella dello Stato, della polizia, del fisco, del codice penale e del sostegno delle istituzioni quando non addirittura costrette ad invocare assetti anacronistici e destinati a scomparire in quel mondo che andiamo ad affrontare con l’inizio del XXI Secolo.

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-  * Riferimento al Colectivo Azulfuerte - Spagna - di cui l'autore è membro.
- Traduzione autorizzata da Azulfuerte dell'articolo on line nel mese di agosto 2002
 

E se fosse vendetta?
di Rino Barnart

   Chiamare in causa la vendetta come origine di quel che sta accadendo è troppo facile, banale, squalificante per chi la evochi e perciò anche noi, in queste pagine, abbiamo evitato di farlo. Ci si è limitati ad alludervi,  per simulare un certo riguardo, per fingere un minimo di pudore.

   Prudenza giustificata la nostra, anche perché le femmine sono da sempre indicate come le prede preferite dallo spirito di vendetta (lasciando stare l'invidia) le sue prime ...vittime  e non è bello, non è elegante gettarsi volgarmente su questo cliché, impugnare l’arma  di questo luogo comune, risposta semplicistica alla domanda sul perché accada ciò che sta accadendo.

   C’è poi il problema degli Innominabili, dando retta ai quali si dovrebbe ammettere senz'altro che è davvero quella la fonte di queste stupefacenti novità e con ciò l’arcano sarebbe subito svelato. Secondo costoro infatti la Storia non è altro che l’epifenomenologia dell’odio, madri del quale essendo l’Invidia, la Paura e  lo Spirito di Vendetta,  fonti inesauribili del Divenire, carburante degli Avvenimenti. E’ impossibile dargli ragione benché parli a loro favore una controprova: se dal lungometraggio della Storia togliessimo le scene eruttate dall’odio non ci resterebbero in mano che pochi, miseri fotogrammi, spezzoni di un filmetto senza trama e – certamente – privo di quegli effetti speciali che ci incantano.

   Nondimeno è giunta l’ora di considerare  almeno l’ipotesi che sia davvero la Vendetta la madre di questa rappresaglia mondiale, di questa faida universale, di questa volontà di rivalsa senza fine.

   Poiché la vendetta corre a risanare il passato, a pareggiare conti, a saldare debiti, è là, nel passato, che va cercata perché quello è il suo covo. Perciò chi volesse animare di questa invincibile energia un qualche gruppo di umani - che so - un intero Genere contro l’altro, non avrebbe che da costruire, inventare e creare un passato che parli degli infiniti torti, degli innumerabili tormenti e degli sconfinati mali che quella parte del mondo ha subito.

   Nessuna difficoltà: gli basterebbe far sua la Grande Narrazione Femminista in tutti i suoi tomi, i suoi capitoli, i suoi paragrafi e somministrarla senza tregua e senza pause alle generazioni nascenti, capillarmente e massicciamente, ogni santo giorno, in ogni luogo, con ogni mezzo.

   Perché quella è la storia di un male infinito, infinitamente esteso, infinitamente ramificato e profondo, patito da sempre e dovunque, perpetrato con lucida coscienza dai Predoni della Terra ad annichilazione della Bella Parte del Mondo.

   Dove trovare un racconto altrettanto vasto, dettagliato, magnificamente articolato, minuziosamente cesellato, come  inventare una storia più adatta all’evocazione di quella grande potenza che si chiama sete di vendetta?
Generosa creatura che ha ricevuto uno e rende cento, che è stata colpita da dieci e restituisce a diecimila.

   Nessuno scandalo e nessuno stupore: cosa fareste voi, istruiti e costruiti su quelle inconfutabili verità? Non vi lancereste anima e corpo verso l’Era della Vendetta? Non correreste verso l’agognata ora della resa dei conti? Non diverreste, assetati di Giustizia, sicari di questo antico, giusto e definitivo odio?

   Non dareste voi il via alla ritorsione planetaria, alla faida universale?

   Plasmata dalla Grande Narrazione Femminista, erede di quel passato, formata nella sola verità che conosco, io, donna innocente del XXI Secolo, è così che farei.

   E voi?
   Voi, al posto mio, cosa fareste?
 
 

Sulle Uome
di C.esare Brivio

   Sul tema delle "nuove femmine" direi in sintesi che in Occidente la femminilità è stata distrutta e che a guidare questo processo di autodistruzione sono state in primis le femministe che hanno manifestato fino in fondo i gravissimi problemi che avevano nell'accettare ed elaborare la propria femminilità, assumendo invece fino in fondo un modello pseudomaschile. Da queste sono culturalmente nate generazioni di "uome" cresciute innanzitutto nel disprezzo di sé che non poteva manifestarsi altro che nel disprezzo di quel maschio fallito che le stesse uome sono e che proiettano sul maschio reale ignorandone completamente la realtà.

   Invece di fare esperienza del maschile nella dimensione propria dell'accoglienza femminile, agiscono contro il maschio una pseudovirilità da castrato, che non ha nulla di maschile e di virile, stato di cose di cui accusano il maschio. Per questo non possono fare a meno di aggredirlo, tanto più disperate e aggressive quanto più impossibilitate a superarlo in ciò che non hanno in una corsa che si dimostra sempre più dolorosa e folle. Odiano altrettanto ferocemente le vere donne. Sono le phallic women, portatrici di un disagio e di una malattia psichica vera e propria a carattere ormai epidemico, e quel che è peggio, proposta come norma e valore specifici della donna emancipata che ha conquistato finalmente "i diritti della persona".

   E' in realtà esattamente il contrario. Le persone infatti non esistono se prescindono dal loro sesso e dall'infinita ricchezza che tale diversità comporta. La perdita della donna, la sua omologazione a modelli pseudomaschili, con l'implicito orrore della natura femminile a questo connesso, è la verità nascosta dalle urla femministe e maschili "sui diritti finalmente conquistati dalle donne". In realtà è il fallimento più disastroso della nostra civiltà, il motivo del suo gravissimo impoverimento, e del fatto, parliamoci chiaro, che, a parte gli urli gradassi, nessuno ha più voglia di muovere un dito per essa. Tantomeno di dare la vita

   La vita i maschi l'hanno sempre donata senza pensarci un istante per la donna, per le "uome" no. E forse val proprio la pena che ci abituiamo a parlare di donne e di uome (phallic women), così non facciamo confusione e non facciamo i cavalieri immaginari.
 
 

Utili per la guerra
di Rino Barnart

Il sacrificio boomerang

   Uno degli argomenti forti messi dai maschi sulla bilancia del dare e dell’avere è il loro sacrificio nella guerra combattuta a protezione, a difesa di tutti, donne comprese. Difendendo la comunità vanno incontro alle mutilazioni ed alla morte anche e soprattutto a favore di quelle che dalla guerra sono colpite solo di striscio.

   Con ciò essi tentano di rintuzzare e persino di rovesciare l’accusa femminista e femminile secondo la quale le guerre altro non sono che “palestre maschili della morte”.

   Si fanno forti di questo sacrificio millenario e lo sbandierano con orgoglio e fierezza. Eppure è difficile immaginare un argomento meno consistente, una ragione che si presti con minor difficoltà ad essere usata contro i suoi ingenui sostenitori.

   Le femmine fanno subito osservare, una volta tanto con logica coerente, che se è vero che i maschi muoiono da sempre a loro difesa lo fanno però combattendo contro altri maschi invasori e predatori e che in assenza di questi ladri e assassini non vi sarebbe alcun bisogno del sacrificio maschile per proteggere nessuno. Se non vi fossero maschi che invadono le patrie altrui non vi sarebbe alcun bisogno di altri che le difendano. Se non vi fossero predatori non vi sarebbe necessità di protettori ed in assenza dei vili che aggrediscono non vi sarebbe alcun bisogno di eroi che si sacrificano.

  Riuscite voi a confutare questo sillogismo?
 

Guerrafondaie innocenti

   Confondendo utilmente coloro che la combattono con coloro che la vogliono, tutti e tutte coloro che la vogliono,  comprese quelle che credono di non volerla, si costruisce e si cementa l’ineffabile irresponsabilità femminile di fronte a quell’eterno crimine, a quell’universale delitto senza il quale l’Umanità (mi si passi il termine) pare non poter tirare avanti. Così, mentre gli uni sono al tempo stesso predatori ed eroi, in quel ciclico rovesciamento delle parti di cui è ordita la storia, le altre sono vittime innocenti in ogni luogo e in ogni tempo.

   Prive di odio e di rancori, di paure e di interessi, di avidità e di egoismo, frugali e sempre contente del poco che hanno, piene di amore e di empatia per tutte le creature ed a maggior ragione verso quei figli, propri e delle altre che tanto sacrificio sono costati (come dimenticare le smagliature che ogni gravidanza regala?) salgono i gradini dell’innocenza per sedere sul Trono della Vittima dal quale diventa lecito ad un tempo condannare i maramaldi e deridere gli eroi, mandare all’inferno i vili e schernire i valorosi. In buona coscienza.
 

La penultima guerra

   Fingendo di tutelarsi preventivamente contro un pericolo possibile, ancora una volta il forte va a garantirsi le risorse che gli servono per poter continuare ad essere ciò che è, a vivere come vive. A dilapidare in uno scialo scandaloso una ricchezza insostituibile per continuare a consumare, ad ingerire ed espellere, fagocitando ogni cosa con cui entri in contatto.
   Tutta la materia e tutto lo spirito, se mai fosse possibile.

   Sistema patologicamente declinato sulla polarità femminile, che soddisfa e crea bisogni senza fine, che ne mette al mondo pochi ma li vuole vivi in eterno, che, aborrendo la morte, idolatra le sicurezze e perciò vive nella paura.

   Che ha partorito l’ideologia femminista, le filosofie femministe, l’etica femminista, creatura, questa, certo la più perfetta, la meglio rispondente, la più confacente alla sua profonda natura.

   Non solo va a tentare di salvarsi, ma va ad espandersi, ad imporre manu militari il suo sistema di valori là dove le lusinghe della sua paccottiglia e gli adescamenti del suo libertinismo, falso perché mercenario,  non hanno ancora trionfato. Dove le fantasmagorie della tecnica e lo sventolio delle mutandine non hanno ancora corrotto a sufficienza.

   E’ per questo che i maschi oggi vanno alla penultima guerra, quella che precede l'altra che verrà. A garantire durata ed espansione a quel sistema che li ha resi inutili e ridicoli, che non ha bisogno della loro forza e non sa che farsene del loro coraggio. A cosa servono gli uomini?

   Ad uccidere e a devastare, perché continui a durare, perché si espanda quell’ordine morale che già ha decretato la loro rovina.

   A combattere, finalmente utili, per quel Bene che è l’origine del loro male. Il Bene che dilaga.
 
 

Violenza al femminile
di Sandro Desantis

   Un paio di anni fa apparve su un quotidiano romano un articolo sulla violenza femminile in Italia. Nel pezzo si metteva in evidenza (senza condannarlo) il fatto che molti mariti vengono regolarmente maltrattati e percossi dalle mogli.

   Le compagne picchiatrici sarebbero soprattutto casalinghe del Centro-sud, forti consumatrici di serial televisivi; femmine, molto probabilmente frustrate nella loro vita quotidiana, che sfogano sui compagni la sostanziale insoddisfazione della loro esistenza identificandosi nello stereotipo (ridicolo) del modello femminile "aggressivo" fabbricato dai media. Basta vedere certi films americani nei quali femmine di 55 kg mettono ko uomini di 90/100 kg.; una vera e propria barzelletta dal momento che l'uomo è più forte della donna (del 30%) anche a parità di peso e di esercizio.

   Apparentemente sembra difficile mettere assieme questi uomini maltrattati capaci solo di "abbassare la testa" e di prenderle senza reagire con gli altri, quei maschi che usano violenza sulle femmine, una violenza che, comunque, viene praticata da una minoranza che in diversi casi è la conseguenza dell'invisibile violenza femminile; affermazione, quest'ultima, inaudita nell'attuale società occidentale.

   Due facce della stessa medaglia che, a mio avviso, sono il frutto di una "Società senza Padri" perché ciò che li accomuna è la mancata educazione degli uomini a riconoscere la propria aggressività e ad "addestrarla". La mancata educazione dell'uomo a gestire le proprie pulsioni aggressive è un fenomeno che risale alla seconda metà del secolo scorso quando cominciò ad affermarsi, sia sul piano pedagogico che su quello etico, una visione negativa dell'aggressività da condannare e sopprimere insieme alla sua manifestazione più evidente, la violenza fisica.

   Un'assoluta stupidaggine. Il "problema" dell'aggressività, come di ogni forza vitale, è quello di riconoscerla dentro di sé e di educarla, non di sopprimerla, non di "amputarla". L'uomo che usa violenza contro la donna è l'altra faccia di quello che non sa reagire (neanche psicologicamente, troncando la relazione) di fronte ad una compagna violenta. A entrambi è mancata una figura maschile (padre o maestro) che gli abbia insegnato come "incanalare", esprimere e contenere la propria aggressività. Alla negazione di questo impulso nell'uomo ha corrisposto la "glorificazione" delle donne pugili (delle "caricature"...).

   Come dire che ciò che nei maschi era un vizio, in loro si trasforma in virtù.

   Due pesi e due misure adottate sempre e comunque.

   Quando una madre uccide un/a figlio/a,  le condizioni psichiche-emotive e l'intenzionalità  condizionano il giudizio e la pena molto di più di quanto non avvenga per i padri che di regola vengono giudicati e condannati in base a dati oggettivi: reato compiuto ed effetti prodotti.

   Già negli anni Settanta, negli Stati Uniti, Philip Resnick osservava una netta tendenza a considerare "malate" più che "assassine" le donne che uccidevano i propri figli, con il risultato che il 68% finiva in ospedale psichiatrico e solo il 27% in prigione. Per i padri assassini la proporzione era invertita: il 72% in prigione o dal boia e il 14% in manicomio.

   Anche in Italia, da uno studio svolto dal Centro Studi Psicologia Applicata sulle perizie psichiatriche disposte per i reati contro la persona nel periodo compreso tra il 1978 e il 1994, emerge l'assoluta prevalenza di femmine (13 contro 5 degli uomini) nell'uccisione dei figli, reato che rappresentava il 54% degli omicidi femminili. In questi casi le femmine non erano mai giudicate capaci di intendere e di volere mentre gli uomini risultavano in possesso delle proprie facoltà, dunque imputabili, nel 40% dei casi.

  Stessa violenza, due pesi e due misure.
 
 

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