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LA CONVERSAZIONE
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16 - Conchita o "Della colpa di amarle"
Una lettura di taglio freudiano della  fonte da cui si origina la maledizione antimaschile lanciata dal femminismo.
Di Cesare Brivio

17 - Sirene
Sulla prostituzione.
Di Giacinto Lombardi

18 - Muovendo da Sinistra
Sui nodi che impediscono ai maschi di Sinistra di schierarsi dalla propria parte senza con ciò sentirsi traditori della causa della giustizia, e come superarli. Riflessione su un'esperienza.
Di Armando Ermini

19 - Utero ferito
L'utero artificiale e il nuovo deserto femminile.
Di Rino Barnart

20 - Maternità delle macchine
Un diabolico contrappasso
Di Cesare Brivio

21 - I maschi sono mortali
Di Rino Barnart - PROSSIMO AGGIORNAMENTO (...o anche più tardi)
 
 



La pubblicazione e la diffusione degli interventi che seguono deve essere autorizzata dai singoli autori.

La colpa di amarle
Di Cesare Brivio

“La donna e il burattino” di Pierre Louys, edizioni SE Srl, 2001

Dalla presentazione in retrocopertina:

 “Conoscete, al museo di Madrid, una singolare tela di Goya, la prima a sinistra entrando nella sala all’ultimo piano? Quattro donne in gonne spagnole, sullo spiazzo erboso d’un giardino, tendono uno scialle per i quattro angoli e, ridendo, vi fan saltare  un burattino grande come un uomo”. Nasce da qui "La donna e il burattino" di Pierre Louys, da cui Luis Bunuel trasse un film  memorabile, "L’oscuro oggetto del desiderio".

Vergine e prostituta, l’eroina del romanzo, la splendida Sivigliana Conchita, non lascia scampo alla preda. Il suo compito, afferma il narratore, consiste nel seminare la sofferenza e guardarla crescere. Uscito nel 1898, "La donna e il burattino", si colloca dunque nella ricca tradizione della donna fatale, una cui variante, nutrita di esoterismo, erotismo, estetismo, è l’allumeuse, un boia di marmo, dirà Barbey d’Aurevilly, capace di una castità micidiale. Nel rinviare indefinitamente l’atto amoroso, la figura femminile rivela la sua essenza di idolo inespugnabile e avido di sacrifici umani, simile al mostro esecrato da Baudelaire…..”

Conchita's way of love

Riflettendo sulla figura di Conchita Garcia Perez, la protagonista del libro: “La donna e il burattino” di cui sopra, vien da  pensare a lei come alla figura di donna il cui comportamento propone analogie illuminanti con alcuni aspetti della pratica e della teorizzazione di tanta parte del femminismo quale si manifesta oggi nella percezione dei più.

Davvero comincio ad amarla Conchita come colei che mi spiega tante cose, suo malgrado. A ben vedere, a parte le infinite ragioni che adduce a sostegno della colpevolezza dell’aspirante amante di turno,  in Conchita la colpa effettiva degli uomini nei suoi confronti è che la desiderano e la amano. E’ il desiderio maschile nei suoi confronti la colpa degli uomini e siccome non c’è amore senza desiderio, anche l’amore è colpevole. A meno che  non sia tale,  a meno che non sia amore ma sofferenza, oppure commercio. Allora diventa lecito. In altre parole l’unica manifestazione lecita del maschio nella relazione con la donna, per Concita, è la sofferenza per lui,  il denaro o un vantaggio per lei. E’ questo l’unico modo in cui l’amore maschile può essere presente a Conchita, al suo tipo di donna.

Questo tipo di trasformazione dell’amore del maschio in qualcosa che lei percepisce come male, a partire dal quale accusare i maschi, infliggere loro sofferenza e ottenere vantaggi, richiama alla mente analoghe trasformazioni operate dalle “Conchite attuali”. La più impressionante è  la trasformazione della storia maschile come storia di male  verso le donne. La storia umana, pur essendo inequivocabilmente storia di donazione maschile e ripetutamente e fino alla   donazione estrema della vita, viene riletta e riproposta come sequenza infinita di atti colpevoli. Tanti quanti sono stati gli atti d’amore. E al tempo  stesso tutta la storia d’amore che c’è stata viene rivissuta come lecita a patto che diventi presente e si rappresenti nella  forma  di rivendicazione di un illimitato guadagno, di un illimitato vantaggio, e al tempo stesso e necessariamente come motivo di illimitata colpa e sofferenza maschile.

Facciamo riferimento, oltre che all’atteggiamento di fondo prescritto dal femminismo alle donne di oggi, alla teoria femminista della indennizzazione dei maschi alle donne per il male compiuto storicamente verso di loro. Alla storia come colpa maschile. Dunque, come per Conchita, l’amore maschile per essere accettato dalle sue omologhe di oggi, deve essere trasformato sia in denaro che in sofferenza altrui. Tanto denaro quanti i giorni della storia. Colpa e sofferenza maschile lunga quanto tutto il tempo trascorso. Una vera follia. Un delirio senza fondo, che si proietta a partire dall’oggi, in una sequenza temporale a ritroso senza limiti. Come deliranti sono le accuse di Conchita, quando trasforma la storia di dedizione assoluta dei suoi pretendenti, in storia ininterrotta di colpe  maschili nei suoi confronti. Trasformazione del bene in male al fine di moltiplicare all’infinito quegli “atti di male” a cui naturalmente invece tiene sopra ad ogni cosa, essendo in realtà atti di amore.

Ma il terribile è che questa trasformazione è una necessità di Conchita. Perché Conchita è dominata da questa esigenza? Perché non può farne a meno? Una possibile interpretazione è che Conchita è una donna che non può amare il maschio perché altrimenti ama il padre, così che da edipica, vive il desiderio del maschio come colpa, certamente la sua, ma proiettata sull’altro. Le accuse di Conchita al suo maschio sono irredimibili perchè consistono nell’essere maschi, cioè incarnazione di un desiderio incestuoso, un desiderio che porta con sé terrore e maledizione, un desiderio tabù dunque. Per questo i motivi di colpevolizzazione che lei adduce  sono manifestamente inesistenti e naturalmente razionalizzazioni, ovvero coperture della sua vera colpa, non rappresentabile alla coscienza se non nella forma razionalizzata della colpa maschile.

I maschi di Conchita, sono alle prese con i suoi  urli e le sue ossessioni,  trasformate da lei nella nobile menzogna della lotta per la sua libertà contro “l’incomprensione e cattiveria maschile”: una menzogna inconscia terribile per tutti, a coprire  il suo peccato. Questo sì il più grave che si possa commettere per  l’inconscio: l’incesto. Una verità negata a qualunque costo perché inammissibile, pena l’angoscia distruttiva di una consapevolezza impossibile.

Conchita si concederà quando don Mateo perde il controllo e la pesta. E’ la colpa di Conchita il problema di Conchita, non la colpa inesistente dei maschi, di don Mateo. I quali, per Conchita, tanto più la ameranno tanto più le appariranno come una terribile minaccia, portatori di una colpa irredimibile.

Quante relazioni uomo-donna  oggigiorno si presentano strutturalmente, costruite da Conchita, come un meccanismo infernale, davvero una trappola demoniaca per entrambi, ma soprattutto per il maschio. Che da sano è destinato ad impazzire come don Mateo, l’amante di Conchita per il quale non esiste salvezza se non nella forma di un tentativo di raccontare la sua schiavitù. Lui è perduto: che almeno si possa salvare l’amico Andrè, il nuovo pretendente, e non imbocchi la way of love proposta da Conchita.
 

Inizio

Sirene
Di Giacinto Lombardi

Mi domando e penso: andare con le prostitute è un bisogno o un desiderio? O, più correttamente: andare con le prostitute è legittimo o è illecito? E' morale o è riprovevole? E' un diritto o offende qualcuno?  E la prostituzione è da tollerare o da combattere?

Sul tema, propongo alla riflessione il seguente passo biblico:

Mentre dalla finestra della mia casa
Stavo osservando dietro le grate,
ecco vidi tra gli inesperti,
scorsi tra i giovani un dissennato.

Passava per la piazza
Accanto all'angolo della straniera
E s'incamminava verso la casa di lei,
sull'imbrunire, al declinare del giorno,
all'apparir della notte e del buio.

Ecco farglisi incontro una donna,
in vesti di prostituta e la dissimulazione nel cuore.
Essa è audace e insolente,
non sa tenere i piedi in casa sua.
Ora è per la strada, ora è per le piazze.,.
ad ogni angolo sta in agguato.

Lo afferra, lo bacia e con sfacciataggine gli dice:
"Dovevo offrire sacrifici di comunione;
oggi ho sciolto i miei voti;
per questo sono uscita incontro a te
per cercarti e ti ho trovato.
Ho messo coperte soffici sul mio letto,
tela fine d'Egitto;
ho profumato il mio giaciglio di mirra,
di aloe e di cinnamomo.
Vieni, inebriamoci d'amore fino al mattino.(...)

Egli incauto la segue,
come un bue va al macello;
come un cervo preso al laccio,
finché una freccia non gli lacera il fegato;
come un uccello che si precipita nella rete
e non sa che è in pericolo la sua vita.

(Proverbi 7, 6-26)


Ciò che mi colpisce di questo passo è il diverso sguardo dell'autore verso l'uomo e verso la donna, mi colpisce la compassione verso il giovane, egli sa che l'uomo, prima di diventare tale, è stato un bambino, ha guardato con
stupore innocente la bellezza discinta spiattellata agli angoli delle strade e ha sognato fantasie da Mille e una notte; nelle solitudine del deserto, nelle silenziose notti stellate di guardia al proprio gregge si è confortato al pensiero di lei, l'ha idealizzata, ne ha fatto una dea, ottenere un appuntamento gli è sembrato una predilezione.

Ma non è così, chi segue il canto delle sirene finisce naufrago contro gli scogli, chi affronta questo percorso ne rimane stregato, alienato, straniato dalla vita reale e non riesce più a comprendere la complessità dei messaggi d'amore né, tantomeno, è più  capace di affidarsi a una donna e condividere con lei il proprio destino, sarà invece trafitto al fegato e vivrà nella collera e nel rimpianto.

Diverso, invece, è l'atteggiamento verso la donna, lei, invece, usa la vita come un palcoscenico ove recitare tutti i ruoli che tornano a suo vantaggio, usa sapientemente il corpo e la parola per attirare l'uomo ma il suo fine è il profitto, smarrito il ruolo di madre, diviene avida di costanti conquiste con cui nutrire la sua vanità e riempire la borsa, la sua vita è una recita continua, i clienti sono denaro contante, non vi è alcun sogno, alcuna illusione, alcuna innocenza oramai.

E tutto questo fa a pugni con l'attuale descrizione massmediologica della prostituzione, al sistema oggi, chissà perché? Fa comodo immaginare la prostituta come l'innocente, l'ingenua che dona a basso prezzo l'incanto dei
suoi sensi a caproni senza cuore e senza coscienza, non solo, dato i fenomeni di sfruttamento della prostituzione, il cliente diviene correo della nuova schiavitù, anche se la donna in questione non ha alcun sfruttatore alle spalle ed è contenta del suo lavoro e del suo guadagno, la legge non sa più quale inghippo cercare per perseguire il cliente,
diffamarlo, violare il suo segreto, processarlo davanti ai suoi familiari mentre riconosce alla donna la libertà di potersi prostituire, di intascare il suo milione al giorno come una ladra senza possedere alcuna licenza, né un'iscrizione ad un albo, né un luogo adatto a svolgere il suo lavoro, né tanto meno pagare le tasse. Per la legge la prostituzione semplicemente non esiste per le donne, essa non è né un lavoro né un reato, esiste solo per gli uomini come atto immorale, stuprativo e mafioso.

Inizio
 

Muovendo da Sinistra
Di Armando Ermini

La mia è la storia di un uomo che viene da Sinistra, come tanti della mia generazione. Nel fatidico 68 avevo vent’anni, e, di educazione cattolica con un forte impulso alla giustizia sociale, quello sbocco era quasi fatale.
Per me, studente di estrazione piccolo borghese, gli operai ed i proletari erano miti. Come si diceva allora, la contraddizione principale era quella fra capitale e lavoro, ed alla classe operaia era affidata l’emancipazione dell’umanità dalla schiavitù del capitale. Una classe operaia fatta di uomini duri e decisi, fieri della loro cultura, diversa e separata da quella della borghesia. Per me erano come dei cavalieri antichi, ed era scontato che fossero gli operai maschi alla testa della lotta rivoluzionaria.

La contraddizione fra i sessi rimaneva del tutto sullo sfondo, subordinata a quella principale. Personalmente non la vedevo certo come fatto politico, se non per un generico diritto femminile al lavoro e per la necessità che le donne, notoriamente schierate in maggioranza con la DC, superassero questa tradizionale subordinazione alla Chiesa.

Il primo “disagio”, lo ricordo per i più giovani,  venne allorquando, nei primi anni settanta, Lotta Continua, la formazione di estrema sinistra più presente e influente fra i giovani, si sciolse durante un drammatico congresso  con la parola d’ordine “il personale è politico”, con ciò intendendo che le contraddizioni dei rapporti interpersonali si intersecavano con quelle politiche. Ovviamente la più eclatante fra queste contraddizioni era quella fra maschi oppressori e femmine oppresse, contraddizione che in breve tempo soppiantò, o meglio subordinò a sé, quella fra borghesia  e proletariato.

Nell’immaginario collettivo della Sinistra, prima quella extraparlamentare e poi anche quella tradizionale dell’allora PCI, piano piano si ribaltò la prospettiva. Mentre prima le donne avrebbero trovato la loro emancipazione nel socialismo, ora il socialismo avrebbe potuto trovare la sua vittoria se e quando le donne avessero conquistato “l’emancipazione e l’uguaglianza.”

Sotto la spinta di un femminismo sempre più ideologizzante, nella Sinistra tutta,  tematiche e valori fino ad allora vincenti cominciarono ad essere letti in chiave diversa ed anche criticati, mentre iniziarono ad essere esaltati i punti di vista ed i valori femminili. In breve, l’identificazione fra capitalismo e patriarcato divenne un punto fermo della teoria politica di Sinistra e per la  proprietà transitiva si finì per attribuire al patriarcato, e quindi al sesso maschile, tutti i mali del capitalismo: lo sfruttamento, la guerra, l’insensibilità ai diritti umani. Per esempio, la Sinistra, che non era mai stata pacifista se non strumentalmente in funzione antiamericana, e che invece rivendicava la lotta armata e l’uso della violenza come legittimi strumenti di lotta politica (la violenza come levatrice della storia, scriveva Marx), si trasformò in teorizzatrice di un pacifismo di principio, facendolo emergere come valore femminile in contrasto col machismo guerresco (è solo da poco che una parte importante della Sinistra si è riconvertita all’uso della forza questa volta in senso legalista e purché proveniente dagli stati “democratici “...).

Per anni, sebbene vivessi la contraddizione anche nella mia vita personale, non ho voluto vedere che ormai l’alternativa era secca: pentirsi di essere maschi, essere disposti a continui mea culpa di fronte alle accuse femminili, fare propri i loro punti di vista, oppure prendere atto della realtà.

Quando l’ho capito non ho però avuto dubbi, anche perché  mi ha sempre ripugnato l’ipocrisia di quegli uomini che dall’alto dei loro scranni di potere, sparano a zero su tutto ciò che è maschile, esaltano le donne come salvatrici del mondo ma si guardano bene dal compiere l’unico atto di coerenza possibile per loro: dimettersi.

Non è stato semplice, perché si è trattato di rivisitare più di tre decenni di vita, ma la provenienza da Sinistra, col suo carico di rifiuto dei meccanismi di questa società, ha avuto, almeno per me, anche un vantaggio.
Quello di farmi percepire con chiarezza che ciò che era accaduto a “Sinistra” era nient’altro che lo sviluppo logico, fino alle sue conseguenze naturali, di elementi già pienamente presenti nel tessuto della società industriale, così come, d’altra parte, negli scritti teorici dei padri della Sinistra, il socialismo consistendo nella piena attuazione, seppure necessitante di  rottura a livello sociologico/economico, delle premesse filosofiche poste dalla borghesia capitalistica.

Insomma  il mio rifiuto della “Sinistra”  non ha significato riflusso verso  la “Destra”, così come entrambe queste categorie sono comunemente percepite, ma  rifiuto radicale di un modo di concepire il mondo che le accomuna entrambe, al di là di schermaglie  assai poco significative e profonde. Basti pensare, sui rapporti maschile/femminile, a quello che avviene negli USA, pesce pilota dell’Occidente, o più modestamente e provincialmente, alle posizioni delle Destre nostrane. Non a caso il “branco rosa” è trasversale, non a caso ne sono elementi di punta la Mussolini e la non mi ricordo come si chiama moglie di Ferrara, formatasi alla scuola del femminismo statunitense.

Il mio rifiuto implica dunque una  estraneità a questa società  ancora più radicale di prima, ed una ricerca che vuole riannodare fili  tagliati molto tempo addietro, anche se l’effetto di questi tagli si è percepito solo da poco. In questa ricerca, che prima ancora d'essere intellettuale è interiore e riguarda il mio posto nel mondo e nelle relazioni cogli altri,  mi sento profondamente coerente con me stesso.

E dunque combattiamola questa guerra  non da noi intrapresa ma ormai improcrastinabile. Combattiamola con tutte le armi, come fa l’avversario, ma tenendo sempre  presente che nostro scopo non è l’annichilimento del genere femminile, ma il riconoscimento delle reciproche diversità e funzioni, su cui fondare rapporti nei quali entrambi i sessi possano riconoscersi.

E se in questa guerra ci saranno, vivaddio, vittime metaforiche (l’onnipotenza femminile, l’ideologia del disprezzo per il maschile etc.), saranno per prime le donne vere a ringraziarci ed a collaborare.

Ad una condizione però: che noi maschi riusciamo ad esprimere quella parte migliore di noi che, diciamocelo, abbiamo spesso nascosto a noi stessi.

Inizio
 

Utero ferito
Di Rino Barnart

Ci siamo, dunque, l'utero artificiale è stato partorito.

E' vero che sin qui non ha sua volta 'generato' ma non c'è da temere, nel volgere di qualche luna porterà a termine l'epocale gravidanza.

Quel processo, quella sottomissione della natura  (profeta Bacone) ha dunque maturato un nuovo frutto. L'utero? Un dispositivo fungibile. La celebrata Sacra Origine del Mondo? Biomeccanica.

Non ricordo dove, ma ricordo bene, di aver visto una vignetta del tardo Ottocento dove si mostrava come qualmente sarebbero stati prodotti i figli del futuro. Una batteria di certi pentoloni dove quei nuclei  (feti? agglomerati di cellule? grumi biologici? creature? potenzialità? persone?) quelle entità (chiamiamole così per non urtare i nostri assunti, perché non è questo che importa, oggi) quelle entità, appunto, venivano messe a cuocere ed a maturare per essere scodellate al desco del mondo.

Si sapeva, è vero, era scontato, eppure solo ora - giacché è accaduto - si può capire, si può sentire la portata dell'evento. Non che tutti capiscano, è chiaro, i maschi, ad esempio, non vedono, non sentono, non capiscono. Le femmine invece non hanno tardato un istante, non hanno interposto tempo nel cogliere il valore della tragica svolta.  Tragica per loro.

Lei ha capito. La sua superiore, inarrivabile sensibilità alla forza l'ha condotta istantaneamente a sentire che qualcosa di tremendo è finalmente accaduto. Questa volta a suo danno.

Quella tecnostoria che sin qui le ha spianato la strada verso l'onnipotenza, che l'ha liberata dal bisogno degli uomini,  che le ha fornito i mezzi per automantenersi, per autoingravidarsi, si ritorce ora contro di Lei. Quel processo che ha adempiuto al voto di farla riprodurre senza l'Altro, senza contatto con  l'Altro, senza sporcarsi con l'Altro, apre oggi la via del suo deserto.

Quella totale eradicazione del Senso che ha minato la forza degli uomini, quella spada che ha reciso la maschilità occidentale nel profondo, quel delitto che portava il nome del Bene, oggi colpisce Lei ed  il suo cuore sanguina  angosciato perché la spada della superfluità, la spina del suo primo ed ultimo Insenso, sta colpendo il nucleo del suo essere.

Adesso il male ha riguadagnato il suo nome, oggi e solo oggi, perché anche Lei ha messo piede in quel deserto nel quale gli uomini, derisi e oltraggiati, si trascinano, inconsci, da tempo.

Quel gelido processo che l'ha innalzata sopra l'altra parte del mondo, l'ha ferita - colpo inaudito - al culmine della sua potenza. In un istante tutte le conseguenze di questa tragedia le sono apparse evidenti:

"...si vuole imporre un mondo di soli uomini..."
"...l'effetto sull'equilibrio dei sessi è devastante..."
"...una minaccia per tutte le donne..."

Mirabile chiaroveggenza.

"Inutili, siete inutili!" gridano e sussurrano da lustri ai loro uomini: che sappiano, che sentano, che provino il loro niente. "Non abbiamo bisogno di voi!" cantavano felici. "A cosa servono gli uomini?" si son chieste beffarde.

Ma quel che doveva accadere è accaduto ed è accaduto anzitempo. Adesso è chiaro che l'inutilità femminile non è cosa prossima ventura perché ha già lacerato quel che 'non doveva' , quel che finalmente doveva: le fauci del niente sulla Grande Matrice.

No, fratelli, non meniamo il can per l'aia con l'idea che di fatto non è successo nulla, con l'osservazione (acutissima) che i figli saranno comunque prodotti come sempre. Questa volta l'eterna manfrina maschile non è più permessa, questa volta rigettiamo - perché è ora - la nostra cavalleria ingenua: niente scrupoli oggi, nessuna prudenza, perché questo atteso, questo grande giorno non può essere ignorato.

E' la prima erosione dell'onnipotenza femminile procurata da quegli stessi strumenti che da tempo hanno alienato i maschi dalla procreazione, cacciandoli dal luogo in cui Natura li collocò. Decapitati.
La stessa follia che ha corroso gli uomini inizia ora e finalmente a corrodere le donne. Nemesi?

Il valore, il significato, la potenza simbolica dell'utero artificiale sono straordinari, meravigliosi, incomparabili.

E' vero che esso segna la meccanicizzazione di ogni cosa, la desacralizzazione di tutto, la desertificazione finale, ma non è questo che importa, oggi. Andiamo entrambi verso il deserto del Senso?
Bene, perché è solo attraversando simmetriche aridità che la terra può rifiorire.
Bene, perché è necessario, è inevitabile che "ogni cosa si compia".

Di cosa si tratta dunque?

Della potenza corrosiva di questa brutale invenzione sulla tracotanza femminile, della frattura introdotta nel cielo cristallino dell'autocrazia materna, della fine del biomonopolio. Nientedimeno.

Guai agli uomini che non capiscono quel che le donne occidentali hanno immediatamente intuito, guai a coloro che non comprendono quel che anche i filosofi hanno incominciato a sentire: un'èra si chiude, un'altra si apre.

Sì, la fine del Senso fu ed è benvenuta finché distrugge il valore degli uomini, ma ora - colpita Lei - si vede, si sente che è un male universale. Davvero il male sta riacquistando il suo nome.

Ben venga questo male, mille volte necessario, affinché tutto si compia.

Un solo deserto, lo stesso per entrambi, al di là del quale - e solo al di là - fiorisce l'oasi della Nuova Alleanza.
 
 

Demoniaco contrappasso
Di Cesare Brivio

Dunque la gravidanza sarà portata avanti dalle macchine. Forse avranno più rispetto della vita che custodiscono in grembo di quanta non ne abbia avuto il movimento delle donne nella sua feroce spietatezza al riguardo.

Per anni la cultura femminista ci ha urlato in faccia che l'affermazione del sacro nella nascita e sviluppo della vita era niet'altro che un laccio con cui ribadire lo stato di oppressione della donna. Il trionfo di questo movimento si è compiuto quando finalmente hanno potuto gridare in faccia ai maschi - come Rino perfettamente dice - "Inutili!  Siete inutili!".

Il concepimento non è che un atto di inseminazione insopportabile nella costrizione alla dipendenza dal rapporto con il maschio. Il maschio una presenza inutile di cui finalmente liberarsi con l'inseminazione artificiale, e comunque una ridicola funzione da monta per una donna autosufficiente in tutto: con pochi dollari ti compri via internet il seme del figlio, per di più scegliendone le caratteristiche.

Il concepito?  Un grumo di cellule che non vale l'interruzione della programmata vacanza. La cura dei figli, la crescita della vita alla sua maturità biologica e affettiva? Una insopportabile schiavitù, da delegare agli enti pubblici di assistenza: i depositi per bambini e ragazzi di tutte le finalità e specie. Ma quando si umilia e si annienta l'altro senza colpo ferire, fra gli applausi dei potenti, di solito vale da pena guardarsi alle spalle: de te narratur!

Maternità delle macchine, demoniaco contrappasso.
 

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