Conversazione -1

LA CONVERSAZIONE
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10 - ICEBERG OCCIDENTALE
Undici settembre duemilauno
Di Guido Moretti

11 - TORRI DI ODIO GEMELLO
Fenomenologia dell'odio: guerra tra Civiltà e guerra dei Sessi. Il crollo delle Torri e la svolta occidentale: verso il Grande Ritorno. A casa fratelli, a casa!
Di Rino Barnart

12  - A NOME DI TUTTI
Ad Antonello da Colfosco, morto suicida perché colpito dal livore di coloro che hanno assegnato a se stessi il titolo di Puri, di Buoni e di Giusti.
Di Cesare Brivio

13  - ESSERE UOMINI
Essere uomini:  diventarlo e ridiventarlo.
Di Riccardo Burgio

14  - LA NEBBIA TRASPARENTE DEL SECOLO BAMBINO
L'invisibile diaframma che impedisce agli uomini di capire cosa stia accadendo.
Di Rino Barnart

15 -  FEMMINISMO: GLI STRUMENTI DELLA VITTORIA
Fuori dalle metafore, per il disvelamento di una verità sconcertante, prima ancora che scandalosa.  Con quali strumenti il femminismo stia vincendo la guerra contro gli uomini a vantaggio dell'intero genere femminile occidentale. Con le sole armi che esistano: Colpa, vergogna, Insenso e paura. Di Rino Barnart



La pubblicazione e la diffusione degli interventi che seguono deve essere autorizzata dai singoli autori.


Iceberg occidentale
Di Guido Moretti
Undici settembre duemilauno
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Così forse  il Titanic
ha urtato l'iceberg
del suo destino

Torri di odio gemello
Di Rino Barnart

Iperboli della coscienza tra cento paradossi, attorno a  ciò che è accaduto ed a quel che accadrà, tra Guerra di Civiltà e Guerra dei Sessi, con quattro premesse: 1- è uno scontro di Civiltà (ciò vale per molte guerre e per tutte le Guerre Interminabili) 2- non esistono i buoni ed i cattivi (i miei nemici non sono più cattivi di me) 3- sto dalla mia parte, dalla parte della mia Civiltà e del mio Genere. 4- E' ora di tornare a casa.

Guerra. Si è parlato di atto di guerra, e l’Occidente ha formalizzato, ufficializzato la cosa. Una guerra diversa dalle altre ma pur sempre tale. Secondo alcuni quella definizione è errata, strumentale e pericolosa, trattandosi invece di  terrorismo internazionale da combattere, ma non di una guerra.  Sia come sia,  da oggi l’Occidente è in guerra.

Ma questa è solo la presa di coscienza di un fatto preesistente. Già eravamo in guerra ed ora lo sappiamo.

Ogni Civiltà, per il solo fatto di esistere è in eterno conflitto con tutte le altre. Conflitto non sempre cruento, per lo più “pacifico”, ma pur sempre lotta per non retrocedere e, se possibile, per espandersi.

Tra l’Occidente  e l’Islam oggi è conflitto tanto “pacifico” quanto cruento, cioè guerra. Guerra tra Civiltà significa guerra tra modi di sentire, di valutare, di giudicare,  di sognare. Tra scale di valori sul bello e sul brutto, sul buono e sul cattivo, sul giusto e l'ingiusto. Tra modi di nascere e di morire,  insomma tra modi di vivere, tra diverse forme di esistenza, tra incommesurabili universi di Senso.

Nessuna è migliore dell’altra (perché non esiste una Meta-Civiltà che le soppesi), lo sappiamo,  ma al tempo stesso sappiamo anche che ognuno sente che la sua Civiltà ha – per lui - qualcosa di meglio e di più delle altre, qualcosa cui non può rinunciare. Magari ammiriamo nelle altre qualcosa che la nostra non ha, nondimeno preferiamo la fine delle altre alla fine della nostra. Per questo piangiamo sui nostri morti e non su quelli altrui.

Anche quello tra i sessi è un conflitto tra Forme viventi, uno scontro  per la definizione del Bene e del Male, anche qui è in gioco la forma che il mondo deve avere. Perciò le donne occidentali piangono sul male che subiscono ma non su quello che fanno. Piangono per i nostri oltraggi ma non per i loro.

Terrorismo. Sembra un fenomeno nuovo, roba degli ultimi 30 anni. Ma le azioni  “terroristiche” non sono altro che delle imboscate in grande stile, delle sortite fuori dalle mura della città assediata (Civiltà assediata). Che le altre Civiltà si sentano assediate non sta a noi dirlo, sta a loro, come non spetta al femminismo e alle donne occidentali stabilire se i maschi siano assediati. E come altre Civiltà hanno stabilito di essere assediate, così noi abbiamo stabilito che i maschi in questo Occidente sono assediati. Noi descriviamo la nostra esperienza, noi raccontiamo la nostra storia, gli Altri e le Altre la loro.

Bollare come “terroristi” coloro che ci terrorizzano e ci uccidono serve ad isolare - in qualche modo - la loro esistenza dal resto del mondo, serve a caricarci di odio e di rancore, a sentirci “vittime” cioè “buoni” e “migliori”. Banale propaganda,  ben esercitata – come è necessario - da entrambe le parti. In realtà si tratta semplicemente di nemici che combattono la loro guerra.

L'obiettivo dei nostri nemici è la nostra sconfitta, la riduzione della nostra forza, la nostra rovina, la nostra morte e – se possibile - la fine della nostra Civiltà. In ciò non vi è nulla di male perché ogni Civiltà – come ogni forma vivente – non ha altro scopo che l’espansione di se stessa a prescindere da ogni altra, contro ogni altra ed a danno di ogni altra.

Che i nostri nemici ci vogliano morti è la cosa più naturale di questo mondo.  Dobbiamo riconoscere che questo non è un motivo sufficiente per definirli criminali e meno ancora per odiarli. E’ però un motivo sufficiente per combatterli, ridurli all’impotenza e, se necessario, eliminarli.

Se si assume di essere in guerra l’idea stessa di “terrorismo” scompare. Ogni azione del nemico è un atto di guerra, ogni colpo che ci infligge è azione di guerra. Non lo si può accusare di viltà come se ci colpisse a tradimento. E’ in guerra contro di noi, perciò ci colpisce, deve colpirci e lo fa quando gli pare, come gli pare e senza preavviso.  Non si pretenderà che ci informi del dove, del come e del quando. Se oggi non ci colpisce è perché non può farlo. Lo farà domani.

Se si assume di essere in guerra scompare anche ogni idea di  “fanatismo” o di “follia”  del nemico.  Ogni “terrorista” diventa quello che è: il combattente di una diversa causa, la sua causa, la sua Civiltà. Ci sembra barbarie? Lo è, ma solo dal nostro punto di vista, che è quello della nostra Civiltà. Se vuole la sconfitta (e la scomparsa) della nostra Civiltà, egli  è “barbaro” per definizione. Anche noi siamo barbari dal suo punto di vista. Lo sapevamo. Ci chiama "Corruttori del mondo" e "Peste dell'umanità".

Combatte senza divisa? E’ egualmente un combattente. Lo vediamo come fanatico, ma cosa significa qui “fanatico”? Che è disposto ad uccidere ed a morire per la sua Civiltà. Anche noi siamo “fanatici” della nostra.  Lo si vedrà fra qualche mese. Non guarda in faccia nessuno? Neppure noi guardiamo in faccia nessuno. Esulta per le nostre sconfitte? Anche noi esulteremo per la sua sconfitta. Fa festa perché moriamo? Anche noi (nel profondo del nostro cuore) faremo festa. Diremo “Evviva! I terroristi sono stati eliminati!” e ringrazieremo il nostro Dio, come essi ringraziano il loro. Il nemico fa festa quando moriamo e fa bene, perché siamo i suoi nemici. Anche noi faremo festa (benché in silenzio e pudicamente) quando lui morirà e non senza ragione, visto che ci vuole morti.

Anche Lei celebra la nostra sconfitta, anche Lei festeggia la nostra rovina irridendo alla "patetica crisi di identità maschile" anche Lei gode della caduta del potente, dell'antico predatore, del padrone del mondo e sente come bene per sé ciò che è male per noi. Non può essere altrimenti.

E’ una guerra tra Civiltà ed in una simile guerra non ci sono “terroristi” “fanatici” o “criminali”. In questa guerra  non esistono né Bene né Male, perché sono appunto le Civiltà che definiscono cosa sia bene e cosa sia male. Combattono al di fuori di ogni regola e convenzione? Si capisce; regole, leggi, principi e convenzioni sono figlie, non madri,  di ogni  Civiltà.  Si lasci che una Civiltà nasca, cresca, vinca e viva ed allora si vedranno fiorire le regole, i principi, le leggi, il Bene ed il Male.  Prima della sua vittoria non si può avere altro che un confronto tra forze. Nessuna regola, nessun principio.

Avete voi visto donne occidentali rispettare verso gli uomini un solo principio, una sola di quelle regole, di quei diritti, di quei "sacri valori" di cui esigono il rispetto, di cui si proclamano paladine? Uno che sia: quale?

(Del resto, quale valore, quale principio, quale regola può rispettare Colei che ha individuato nel suo corpo il solo, unico valore?)

Una sola lealtà, vincere; una sola fede, vincere; una sola coerenza, vincere; un solo amore: vincere. Vincere: imporre al mondo propria forma, salire nella scala degli Esseri.

Titola il “Corriere”: “Attacco all’America e alla civiltà”. All’America e all’Occidente sicuramente, ma non alla “Civiltà” bensì,  semplicemente, alla Nostra. La sola che abbiamo, la nostra forma di vita, la nostra forma di esistenza.

Scrive Barbara Spinelli: “L’acme dell’estasi per il  moderno kamikaze è raggiunta subito dopo il crimine, quando l’uomo occidentale abbassa attonito lo sguardo sulle rovine e, paralizzato da stupefazione, dice le parole fatidiche:  ‘un mondo – il nostro mondo – è finito’. Questa è una pagina assolutamente nuova inconcepibile, inimmaginabile nella storia dell’umanità.”

Poveretta. Cos’altro è la storia se non il succedersi, il combattersi, l’alternarsi  di mille Civiltà? Cos’è una Civiltà se non una forma di vita che si fa strada tra le contemporanee, che si espande, si estende, si accresce con la lotta, il conflitto, la guerra?  Quale spazio può occupare se non quello già occupato da un’altra? Dove può estendere la sua forma se non nelle terre altrui? Cos’altro è il delirio della vittoria se non la scomparsa dell’Altro? “Crimine”: quale crimine? Se non lo è il male che colpisce l’altro perché mai dovrebbe esserlo quello che colpisce noi?

Cos'è la Guerra Civile dei sessi se non una lotta tra due forme viventi? Se non fu crimine l'infinito male che infliggemmo alle femmine  - così narra il loro Racconto - perché mai dovrebbe esserlo quello che ora esse infliggono a noi?

Odio. E’ vero che quando si odia non si capisce più niente ma non è vero che esso sia inutile. Al contrario, meno si capisce e più utili, più docili strumenti si diventa nelle mani della propria Civiltà. Combattenti ciechi e “fanatici”,  “pazzi”.  Proprio quel che ci vuole per combattere, distruggere e uccidere senza sentimentalismi, per diventare kamikaze.
L’odio ci anima, ci mette in azione, ci fa fare cose che altrimenti non faremmo. Perciò è necessario dipingere il nemico come mostruoso, orrendo e disumano. "Criminale" " Assassino" "Nemico della civiltà" o, a rovescio, "Corruttore del mondo" e  “Grande Satana”. “Il nostro mestiere è quello di istigare e, con l’aiuto di Dio,  noi l’abbiamo fatto” dice Bin Laden. L’odio è il fuoco necessario, ma si capisce che debba essere attizzato ed alimentato.  Tenerlo vivo non è una sinecura, ma in ciò – per fortuna – i nemici si aiutano l’un l’altro. Le torri dell'odio crescono e crollano insieme. Si sa.

Se non riusciamo più ad odiare i nostri nemici – ed io non ci riesco – è perché l’universale smutandamento di ogni ragione, di ogni fede, di ogni mito, esito di un deforme sviluppo della coscienza –  celeste e tragico dono occidentale – ci ha lasciati accasciati sotto le macerie di tutte le utopie. Le nostre e le loro, indifferentemente.

Ma perché ci odiano tanto? Non abbiamo forse creato anche per loro cose straordinarie? Non è forse grazie a noi che da cinquecento milioni sono diventati cinque miliardi? Siamo  di corta memoria. Non fu forse detto che:

"L'odio si acquista così facendo del male come facendo del bene"
(N. Machiavelli)

Cos'è quella dei sessi se non la nuova guerra civile figlia dell'odio antimaschile nato tanto dal male quanto dal bene che le femmine occidentali hanno avuto da noi? Come puoi non odiare colui che per te ha fatto quel che tu sai di non poter mai fare?  Come puoi non odiare colui che ti ha donato ciò che non puoi ricambiare? Non siamo forse saturi di odio verso ogni gesto che non capiamo e di cui non siamo all'altezza? Se le nostre donne ci odiano a causa del bene, quale stupore che il resto del mondo - Indù e Maomettani, Confuciani e Taoisti,  Lakota e Bantu - lo facciano a causa del male?

Homo homini lupus:
"Non importa cosa sia bene o male per gli altri (Indù o Amerindi, Maomettani o Buddhisti) importa solo cosa è bene per noi". Così parlò l'Occidente cinque secoli fa e così ha continuato a parlare.

Femina homini lupa:
"Non importa cosa sia bene o male per gli uomini, importa solo cosa è bene per le donne" Così parlò il femminismo. (M. Schneir - 1996).

Homo homini lupus:
"Non importa cosa sia bene o male per l'Occidente, importa solo cosa è bene per l'Islam". Così parlò Bin Laden.

Che poi il "bene" del presente si rovesci nella rovina del futuro, questa è la banalità più ovvia del mondo.

Innocenti. Si intende che siano innocenti le vittime civili, quelli che “non stanno combattendo” o che “non hanno mai dichiarato la guerra” e poi, per andare sul classico,  i vecchi, le donne, i bambini. Sarebbero innocenti persino quei maschi-bianchi-adulti-sani che non portano la divisa. Anch'io dunque sarei innocente. Ma coloro che quella divisa portano, di cosa sono colpevoli?

Nella guerra tra Civiltà ed in quella dei Sessi non esistono innocenti perché non esistono colpevoli. Le forme viventi si combattono: una avanza, l'altra arretra. Alle migliaia di morti di Manhattan risponderemo con  migliaia di morti islamici, uomini in divisa, senza divisa, donne, vecchi, bambini. Quel che capita, capita. Di cosa sono colpevoli? Di appartenere ad un’altra Civiltà.  Stiamo tranquilli, per quanto possiamo rattristarci davanti a 20 o 50  mila islamici morti, non riusciremo a piangere.

Nessun islamico piange sui nostri morti e noi non piangeremo sui loro. E’ guerra tra due Civiltà.  Al più,  potremo vergognarci di vedere vecchi e bambini fatti a pezzi e temeremo la controrappresaglia che potrà colpirci e che certamente ci colpirà. Ma non possiamo confondere un pizzico di vergogna mescolata a molta paura (terrore) con la sofferenza per la morte dei nostri nemici, questa auto-bugia non possiamo più permettercela. Io non riesco a raccontarmela, voi ci riuscite?

Non piangeremo. Ci commuovono le tragedie personali, le chiamate disperate dei semisepolti, gli amanti che si gettano allacciati dal 70° piano. I nostri che piangono, i nostri che muoiono. Le nostre TV rinnovano senza fine l’urto emotivo di quelle scene, affinché la compassione per noi stessi e l’odio contro il nostro nemico si incrementino. Quando accadrà agli altri non ci commuoveremo. E’ una cosa della quale un po’ ci vergogniamo, si capisce, perché siamo occidentali, universalisti, umanisti, siamo la Civiltà dell’Amore.

Ah, quella loro libertà, che noi non abbiamo, di gioire apertamente, senza pudori, del terrore e della fine dei nemici.

"Un flagello del mondo maschilista" è per Lei il suicidio delle femmine, "Inettitudine alla vita" il nostro che è quattro volte più grande. Non piangono su di noi. Non piangeranno.

Ah, la sua libertà, quella che Lei ha e di cui nulla capiamo, di godere della nostra impotenza, di danzare sulla soglia del nostro inferno, di celebrare la nostra rovina. La devastazione dell'Altro: la vittoria.

Quando li colpiremo, come è accaduto, come accade ogni giorno nella Terra che fu Santa, saranno le loro televisioni a raccontare quelle tragedie, a ripassare cento volte la telecamera sugli occhi in lacrime dei loro orfani. Rappresenteranno mille volte quella sofferenza, affinché l’odio – motore della storia – si accresca ancora e nuovi kamikaze siano pronti a colpirci. Nuovo odio - nuovi nemici - nuova Storia.

Nuovo rancore - nuove nemiche - inimmaginabile futuro.

Dice il cronista: “L’attacco agli Usa non ha fatto che incrementare la determinazione degli americani a difendersi, ha rinsaldato il vincolo nazionale”.  Ragionevole. La nostra rappresaglia cos’altro farà se non rinsaldare l’unità degli altri e incrementarne la determinazione nel combatterci? La rappresaglia rafforzerà quei nemici che vorremmo invece vedere indeboliti.

Quel che è male per loro, quel che è male per noi, accadrà.

Così parlò dalle foci dell'Hudson:
"Andate, maschi, ancora una volta, andate ad ammazzare e a farvi ammazzare. Andate per il mondo a difendere i miei diritti, ad espandere le mie conquiste, andate a fare giustizia!"  Giustizia: oddio! quant'è vereconda la Vendetta con le mutande.

E questo udimmo sulle rive del Tevere:
"Sapremo ben noi rubricare  (e verrà presto il giorno)  le vostre nuove stragi, i vostri attesi massacri nel registro dei vostri delitti. Se al potere ci fossimo noi tutto questo non accadrebbe: pagherete caro, pagherete tutto".

Pagheremo.

Sto dalla mia parte.
Sto dalla parte della mia Civiltà. Non gioco a fare l'universalista, il  “buono e giusto” -  patologia autoerotica occidentale – sto dalla mia parte perché non posso stare da nessun’altra. Difendo la mia Civiltà perciò non voglio rappresaglie, non voglio "giustizia" dalle mutande trasparenti. Questa Civiltà mi ha dato forma e sostanza, difendo la mia forma e la mia sostanza. E’ Madre della mia coscienza, difendo mia madre. Non mi attendo la punizione dei “colpevoli” perché i nemici non sono colpevoli di essermi nemici.
Me lo ha insegnato la mia Civiltà, per questo la difendo.

Sto dalla parte del mio Genere, non gioco a fare il cavalier servente, non mi pento di essere innocente, non abiuro a ciò che sono, non mi rinnego. Vado all'Inferno difendendo la mia forma, non mendico il Paradiso tradendo la mia anima.

Che fare?

IL GRANDE RITORNO

A casa, fratelli, a casa!
A casa i maschi in Occidente, a riprendere per mano i nostri figli, a risanare le femmine, a guarire noi stessi, la nostra anima ed il nostro destino. A casa per guarire l'Occidente da se stesso. Via dalle carriere, dal potere formale, dalle poltrone, dal successo. Via dalla "roba". Via dalla materia, verso lo Spirito.

A casa gli occidentali dai quattro angoli del mondo per sottrarre questa Civiltà all'odio universale, per salvare noi stessi dalla follia della conquista terrestre, che è solo conquista terrena. A casa per dare salvezza alle creazioni delle altre Civiltà, alle mille manifestazioni dello spirito maschile. Via dalla terra altrui perché non vi è più terra dove andare. Via dalla terra verso lo Spirito.

Un solo moto, materiale e simbolico verso l'interno, da praticare verso casa e fuori dall'Occidente verso la Grande Casa, una redirezione del cuore e della mente verso quel nucleo - il nostro nucleo - che abbandonammo all'alba della modernità, all'avvio di una corsa da forsennati verso la gloria dell' Instauratio Magna, la Grande Conquista, gloria non del tutto falsa, certo non del tutto folle, ma divenuta da troppo tempo nemica dell'anima dell'Occidente e - alla fine - del mondo intero. Di tutto ciò che è stato creato.

Un solo moto del corpo e dell'anima per guarire l'Occidente da se stesso ed il mondo dalla malattia occidentale. La grande inversione, il Grande Ritorno: a casa, fratelli, a casa!

Inizio
 

A nome di tutti
Di Cesare Brivio
 

Venerdì 8 Settembre del 2001 ricorre l'anniversario del sacrificio di Antonello di Colfosco. Giovane maschio innocente, colpevolizzato fino a doversi distruggere con un gesto suicida per riaffermare la propria assoluta integrità ed il diritto a cercare la propria via che conduca all’amore. Come l’amore verso una giovane prostituta, da vivere per una sera insieme a lei.

Giovane uomo sottoposto ad un infame, insopportabile, linciaggio morale e psicologico a cui contestualmente e intenzionalmente, in alcune città d’Italia,  venivano associati in una vergognosa e martellante campagna di stampa e persino di volantinaggi nelle scuole, tutti i maschi, minorenni e non, padri di famiglia e non. Con l’esplicita intenzione di trasformare strumentalmente, secondo un costume ormai invalso come regola, episodi di cronaca nera, come gli episodi di riduzione in schiavitù di alcune ragazze a scopo di prostituzione, episodi gravissimi e intollerabili ancorché quantitativamente marginali, in un processo di criminalizzazione dell’intero genere maschile.

Desidero ricordare la sua integrità umana e morale, la sua innocente ricerca, la sua generosa offerta d’amore, la ragazza di strada che ha accettato il suo amore ricambiandolo, nelle profondità misteriose e sacre di ogni incontro tra maschio e femmina, tra uomo e donna.

Desidero ricordare il suo dolore, senza limiti, ed il suo sacrificio, come il dolore ed il sacrificio di tutti i giovani maschi criminalizzati, offesi e violentati nei fondamenti stessi della loro identità maschile, da tutti gli attuali eroi del Bene e della Giustizia. Eroi celebrati e ispirati da una cultura e una civiltà tanto razzista, sessuofobica e infelice quanto travolta dalla follia delle proprie pratiche di repressione e di morte.

Eroi che, campioni dell’applauso televisivo, del successo editoriale, del consenso dei potenti, delle fortune massmediologiche economiche e di carriera di innumerevoli filantropi come di funzionari statali, promuovono con programmazioni trimestrali campagne violente, senza equilibrio, umanità e giustizia, polveroni crudeli, carnevalate irresponsabili, senza alcun esito positivo che non sia una cultura del linciaggio dagli  effetti  devastanti incomparabilmente più gravi dei mali che dicono di combattere, del tutto estranee al bene che vorrebbero fare.

Alla tomba di Antonello porterò gigli bianchi e quelli aranciofuoco delle nostre montagne.

A nome di tutti.

(Antonello, giovane di Treviso, suicidatosi l' 8 settembre 2000 per essere stato colto con una prostituta).
 

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Essere uomini
Di Riccardo Burgio


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La nebbia trasparente del Secolo Bambino
Di Rino Barnart

E' davvero un fitta nebbia che avvolge ogni cosa. Ma è una nebbia invisibile e questa invisibilità è il primo ostacolo che si para davanti alla coscienza maschile, perché non si tratta di un impedimento al vedere, al contrario, è l'eccesso di trasparenza che rende il tutto in-percepibile. E' la pre-comprensione dell'insieme e dei dettagli, formatasi sull'impronta di quel che da generazioni viene trasmesso con ammirevole perseveranza e sorprendente tenacia, è questa universale pre-conoscenza che tutto obnubila e tutto nasconde. (Cibo premasticato trasferito direttamente nella bocca dell'altro - il nuovo bambino - con un lungo, materno, amoroso bacio? Caso clamoroso di rieducazione di massa applicata su scala bicontinentale? Esempio mai visto di plagio universale?).

C'è troppa luce. Di troppa luminosità e chiarezza sono circondate tutte le cose perché qualcuna di esse possa essere vista.
Cosa faremo? Andremo dunque a gridare - come nuovi invasati - che la luce stessa è diventata causa di oscurità?
Uno di quei paradossi tanto cari alla filosofia quanto sterili nei loro effetti. Graditi appunto perché sterili.
Forsennati, urleremo dai tetti una verità ridicola - la nostra - per esserne definitivamente schiacciati?

I fatti, i fatti! Ci appelleremo ai fatti fingendo che siano questi a spiegare la Spiegazione anziché questa a dar ragione di quelli? Non sono forse stati già tutti spiegati? Cos'è rimasto da capire?

Anti-Utopia. Diventeremo allora paladini di un anti-mito, missionari di una anti-causa, la nostra, quella che porta il nome del Male? E' tutto così chiaro.

L'ignoto di coloro che conoscono è il noto di coloro che non conoscono
[Kena Upanishad]

Una grande presunzione - l'ingenua tracotanza di una civiltà cui pare di aver tutto visto e tutto capito - incrementa poi questa luminosa oscurità che tutto ingloba. Cosa potrebbe accadere che non si sia già visto? Cosa mai che non potremmo immediatamente comprendere? Cosa ancora che non sia già stato pensato dalle mille filosofie cresciute nell'orto occidentale? Come potrebbe accadere qualcosa che ci colga impreparati, che sfugga al nostro sofisticato sentire, alla nostra sensibilità raffinata? Andiamo! Se fosse accaduto qualcosa ce ne saremmo accorti, non siamo forse già sin troppo coscienti?

Neppure la tentazione di un gioco intellettuale, neppure la vanità della trasgressione, neppure il prurito dell'andar contro corrente e di fare il bastian contrario, neppure queste bassezze (da sempre feconde) hanno imposto ad una qualche mente  - una che fosse  - di tracimare dal saputo e di dirsi: "Un'altra Mente mi possiede! Oh luminoso giorno!  Sento che nulla sta accadendo perciò tutto accade. Mi sento al tutto sano perciò sono malato. Mi racconto di esser libero e per questo non lo sono.  Non mi sento posseduto perciò qualcuno certo mi possiede".

Esercizio elementare di cui non si è visto pioniere. Per questo oggi pensiamo ciò che avremmo dovuto trovar pensato, perciò scriviamo quel che avremmo dovuto leggere.

Come non sospettare, come dimenticare  - dopo tremila anni di coscienza - che l'ovvietà è figlia primogenita dell'incoscienza? Eppure - ancora una volta  - il noto si è parato tra noi e l'ignoto. E' accaduto.

Come rappresentare dunque a questa nostra ingenua coscienza l'esistenza di un velo che non vela, di una oscurità che non oscura?

Chi potrebbe credere che quella trasparenza che rende tutto ovvio, saputo e compreso, proprio quella sia causa e prova che niente è capito, niente compreso, niente percepito.

Quale miglior nebbia di quella che non si vede? Quale più gradito buio di quello che tutto illumina? Quale miglior cecità dell'abbaglio?

Da un velo dorato è celato il volto del vero
[Isha Upanishad]

Da un velo che non vela, da una oscurità che non oscura, da un nascondimento che non nasconde è celata al cuore degli uomini la trama di questo tempo, la forma della loro esperienza, la cifra del Secolo Bambino.

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Femminismo: gli strumenti della vittoria
Di Rino Barnart
 

“Negli ultimi decenni le donne, grazie alle loro lotte, hanno fatto enormi passi avanti”. E' un’affermazione della cui verità nessuno dubita e dove le diversità di giudizio attengono solo alla questione se quell’avanzamento sia  universale o viceversa  parziale, ovvero se, pur essendo incompleto in molti campi, sia stato persino eccessivo in altri, opinione quest’ultima condivisa persino da qualche femminista ‘critica’ d’oltreoceano. A parte queste divergenze, si tratta di un fatto evidente ed inconfutabile.

C’è però qualcosa che non appare altrettanto evidente e che anzi rimane del tutto oscura e sin qui non spiegata. Chi infatti si domandasse con quali  strumenti le donne abbiano combattuto e combattono le loro battaglie potrebbe rimanere sorpreso e sconcertato: dove sono le armi? Chi le ha viste?

E’ un fatto che, nella loro lotta, esse non hanno usato né armi materiali (quella 'spada' che anzi aborriscono), né il potere politico (la poltrona),  né quello finanziario (la borsa). Non hanno usato né lo sciopero né il voto, come prova il fatto che le assemblee erano e sono ancor oggi in assoluta prevalenza maschili. Quali sono dunque gli strumenti, le armi impiegate per guadagnare la pole-position nel “campionato dei sessi”? A questa domanda le donne rispondono: “La nostra forza, la nostra volontà, il nostro coraggio sono state e sono le nostre armi”. Su questo non vi è dubbio, ma la risposta, come si vede, non dice nulla circa gli strumenti impiegati ed i metodi adottati.

Se non hanno usato armi materiali, visibili (e questo è un fatto) devono esser ricorse a quelle invisibili, a quelle che, non colpendo il corpo, colpiscono l’anima, la Psiche. Ora, gli strumenti a disposizione di chi voglia combattere in quel territorio invisibile che è la  dimensione del Senso, non sono né molti né ignoti, si tratta infatti della colpa, della vergogna, del disvalore e della paura. Per cambiare il mondo (cioè gli uomini)  per trasformarne i sentimenti e la volontà,  per piegarli alle proprie ragioni, si devono usare gli strumenti adatti e questi sono appunto l’abbassamento morale, l’indebolimento psicologico, la compressione emotiva che si possono ottenere solamente attraverso la colpevolizzazione, il biasimo, la svalorizzazione e l’intimidazione.

Se si assume che le cose stiano in questo modo si capisce perché tutta la storia e tutta la cronaca, tutto il passato e tutto il presente vengano raccontati dal femminismo come manifestazioni di un millenario sopruso, di una infinita prevaricazione, di una “universale usurpazione” da parte maschile. Si capisce perché ogni forma di oppressione e di sfruttamento,  ogni guerra ed ogni devastazione perpetrata ai danni delle cose, della natura e delle persone,  sia imputata a quella “cultura del dominio” che sarebbe creazione autonoma, specifica del genere maschile. Si capisce perché tutti i torti subiti dalle donne migliaia di anni fa o a migliaia di chilometri di distanza (discriminazioni e umiliazioni, sfruttamenti e maltrattamenti, stupri ed abusi) vengano presentati ogni giorno come prova del male compiuto dai maschi, testimonianza di una colpa che deve essere espiata e di una vergogna che deve essere subita, accettata e patita dalle generazioni maschili presenti e future.
La storia come calvario e tragedia, sacrificio e martirio, è la colpa di un intero genere, un delitto di cui i maschi sono eredi e responsabili, responsabili in quanto eredi, un debito che tutti sono chiamati a saldare.

Se le armi sono colpa e vergogna, allora si capisce perché al male compiuto dagli uomini venga contrapposta l’immensità del bene prodotto dalle donne,  al bellicismo maschile il pacifismo femminile, alla violenza degli uni l’amore e l’empatia delle altre. Da un simile confronto gli uomini non possono che uscire sbigottiti e prostrati, intaccati in profondità nella loro autovalutazione morale. Privi di valore e di prestigio di fronte al mondo, a se stessi ed ai loro figli.

Se una di quelle armi è la svalorizzazione dell’avversario, allora si capisce perché venga così spesso ricordata  agli uomini la loro inutilità economica e la loro prossima superfluità riproduttiva  e diventa anche chiaro il motivo per cui si celebrano le superiori qualità emotive, psicologiche e, di recente, intellettuali delle donne. Se sentirsi utili ed importanti dà forza, allora la via per indebolire ed annichilire l’avversario è  rendergli chiaro che quando non è  dannoso è banalmente inutile.

Se una di quelle armi è la paura, si capisce perché sia stata progressivamente abolita ogni certezza sul lecito e sull’illecito nelle relazioni affettive e fisiche con le donne e perché sia oggi codificata la regola (sin qui inaudita) che pone a carico degli accusati l’onere di provare la propria innocenza, come finalmente accade per accuse di offese e molestie. Insomma, se le armi di questo conflitto fossero davvero la colpevolizzazione, il dispregio, la svalorizzazione e l’intimidazione universali e permanenti del genere maschile, allora molte cose si chiarirebbero.

Diventerebbe chiara anche la ragione per la quale queste stesse armi non siano state rivelate dal femminismo, giacché è evidente che non sono né onorevoli né gloriose. Si tratta infatti di quegli stessi strumenti di annichilazione che il femminismo stesso denuncia - con santa ragione - quando vengono usati contro le donne. Di più, diverrebbe anche chiaro il motivo per il quale il femminismo nasconda a se stesso la natura di quelle armi, perché insomma le stesse donne occidentali siano incapaci di dire e di dirsi  quali siano gli strumenti con i quali hanno ottenuto la vittoria. La "parte migliore del mondo" non potrà mai confessare a se stessa di aver usato e di usare le stesse armi letali, gli stessi vili strumenti che condanna quando vengono usati contro di Lei, di perpetrare quegli stessi crimini dei quali si proclama vittima. Non potrà riconoscerlo mai perché ne deriverebbe la perdita di quella condizione di innocenza di fronte a se stessa che è il fondamento della sua tracotanza morale, della sua presunzione intellettuale ed infine del suo potere. Esser ciechi a se stessi, mentire a se stessi è la condizione necessaria per diventare attivi profeti dell'utopia, apostoli di un qualche Ultimo-e-definitivo-Bene.

La conclusione è sconcertante, ma d'altra parte,  come abbiamo visto, quello tra i sessi è un conflitto che non si combatte in una dimensione materiale bensì in quella immateriale del Senso, dove agiscono solamente forze morali.

Su questi fatti straordinari riflette oggi la nuova coscienza maschile.

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