LA CONVERSAZIONE
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 1 - LUCIDA LIBERTA'
Un sguardo dall'alto sulla geografia del presente. Parole colloquiali in un velo di disincanto per cominciare a spaventare i fantasmi che ci distraggono. Di  Riccardo Burgio

2 - ABRAMO
Uno sguardo alle radici di questo Occidente che ebbe anche un Padre. Una lettura mistico-sapienziale di  una Origine non  ancora conclusa. Di Cesare Brivio

3 - FILOSOFIA?
Discorso sul pensiero assente e sulla filosofia che ne nasce. Qualche ragionamento sul perché  la filosofia della maschilità non sarà ciò che vogliono i Buoni e i Giusti né quel che si attendono, sornioni, gli Idolatri dell'Eterno Ieri. Di Rino Barnart

4 - LA GUERRA DEGLI ALBERI
La guerra occidentale contro gli uomini ed i suoi obiettivi profondi.
 Di Cesare Brivio

5 - LA FINE DEL SENSO
Dall'erosione alla demolizione del senso. Sul valore, sull'utilità, sul futuro della  forma vivente maschile. Di Rino Barnart

6 - STO DALLA MIA PARTE
Qui conta di come qualmente, stando egli dalla parte sua,  non  che per la morte anzi per la Vita lavori et imprenda.
Di Alter Ille

7 - STUPRO - DUE PRIGIONI E DUE LIBERTA'
L'arma più acuminata nella guerra dei sessi che finalmente gli uomini incominciano a conoscere.
Risposta ad un ragazzo angosciato.
Di Rino Barnart

8 - AGAPE MASCHILE
Fermare la dissoluzione dei legami inframaschili. Considerazioni sul valore di un antico modo di interagire tra uomini.
Di Alter Ille

9 - FEMMIRAZZISMO
Ogni frutto ha la sua pianta. Quelli cattivi... una malapianta.
Di Cesare Brivio
 
 



La pubblicazione e la diffusione degli interventi che seguono deve essere autorizzata dai singoli autori.

Lucida libertà
di Riccardo Burgio
 

    Fra i molti cambiamenti cui la nostra società sembra andare incontro, uno dei più drammatici,  le cui  conseguenze  sono imprevedibili, é la completa disintegrazione dell'autorità maschile, a tutti i livelli ed in tutte le forme.
    Sebbene sia un fenomeno originatosi nei paesi europei nei secoli scorsi,  (filosofi come Nietzsche parlavano già alla fine del '900 di una femminizzazione dell' Europa) è diventato ormai un fenomeno mondiale che investe tutta la civiltà umana contemporanea.

    Solo un osservatore attento e perspicace riesce a distinguere ovunque, anche nei cosiddetti paesi del terzo mondo, quantunque in forma ancora solo germinale, il diffondersi di una cultura che relega l'uomo ad un ruolo secondario, nel migliore dei casi, e addirittura negativo, nel peggiore. Un osservatore attento e aperto a questa problematica è però già adesso ostacolato nella sua possibilità di esprimersi al riguardo da una generalizzazione opprimente, nel discorso collettivo e in tutti i mezzi di comunicazione, discorso che difende e idolatrizza quello che ormai sta diventando un mito, un principio etico quasi religioso, il ruolo della donna.

    In virtù di un passato che le  ha volute in una posizione di apparente inferiorità, la coscienza femminile cerca adesso un  ribaltamento dei ruoli, con gravi disagi, evidenti eppure negati, non solo negli adulti uomini che non capiscono e non si sanno adattare ai cambiamenti, ipnotizzati ancora da  condizionamenti e cliché anacronistici, ma soprattutto negli adolescenti maschi, presi da una angoscia che ha le sue  radici nel rapporto con le nuove madri  e con padri  assenti, non tanto fisicamente come pure accade nelle dolorose e frequenti separazioni, ma soprattutto assenti come principio maschile.

    Il senso e il significato del mascolino nel ciclo della natura e nella psiche umana (senso e significato che ovviamente trascendono i corpi maschili o femminili e che solo l'ottusità del movimento femminista ha ignorato con la paradossale conseguenza di creare donne mascolinizzate) é stato così violentemente attaccato nella cultura degli ultimi decenni che é diventato un concetto opaco non più ben definibile, di cui non si parla o si parla con vergogna.Oppure si ricorre a immagini che nel nostro tempo sono evidentemente ridicole, come l'uomo guerriero, l'uomo bruto, duro. Addirittura sono adesso le donne che si arrogano il compito di definirlo, con varie difficoltà e contraddizioni.

    Basta studiare con attenzione il discorso femminile, senza bisogno di essere profeti, per ipotizzare una società, forse una civiltà futura, dominata dalla donna nella quale per molto tempo agli uomini mancherà anche la consapevolezza della loro propria ed unica verità.

    Tale é la preponderanza del punto di vista femminile nel nostro mondo odierno e la denigrazione dell'uomo, una vendetta giustificata da un passato sempre più immaginario e da un presente in cui le ingiustizie ed i soprusi sono visti solo a senso unico, che violentano l'uomo e lo derubano di ogni suo valore, tanto che neppure gli uomini si rendono conto di aver ormai adottato questo punto di vista  su tutte le cose.

    Senza rendersene conto, l'uomo si ritrova in una situazione in cui non ha più nemmeno il diritto di avere un altro punto di vista, non femminile, nella famiglia, sul lavoro, in politica, nella società insomma. In effetti non sa più nemmeno pensare ad un altro modo di vedere le cose da come le vede la donna,  proprio ciò che sarebbe necessario e giusto, perché non siamo uguali, invece è questa  la situazione che si é creata.Ci sarebbero molte altre cose da dire ma il punto che volevo fare é un'altro.

    Certamente non é possibile, come in tutte le cose, un ritorno indietro. Al contrario, l'uomo deve cercare di trasformare in se stesso questa situazione drammatica, in modo positivo, come uno stimolo a liberarsi da tutti i condizionamenti culturali in proposito, andando a indagare le radici della sua schiavitù psicologica e emozionale nei confronti dell'altro sesso, nel suo rapporto con la madre e con il padre.

    E' un lavoro arduo quello che lo attende, più urgente e precondizione di battaglie giuridiche e sociali che non saranno facili se non sostenute da freddezza e lucidità senza le quali non riuscirà neppure a farsi sentire. Io credo che l'uomo abbia dalla sua parte l'intelligenza, l'umorismo e la spiritualità più alte, ma dovrà coltivare queste doti in modo estremo se vorrà ritrovare la sua dignità.

    E' ovvio che non sarà mai la donna a poter definire cosa sia l'uomo, questa é la prima cosa da combattere con tutte le forze.

    La colpa e la paura non devono impedirgli di rifiutare con vigore  i ruoli che gli verranno assegnati. E tutto ciò non accadrà senza una coraggiosa libertà dal dolce conforto (illusorio, ahimè) che la donna sembra sempre offrire.

    Non disprezzo ed odio dovranno essere le sue armi,  ma l'amore della libertà.

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Abramo
di Cesare Brivio
 
    E' tra noi, è tra noi  Abramo. E' resistente la sua presenza e ci aspetta dalle profondità del passato,  nelle profondità del tempo che deve venire. E'  tra noi, noi maschi che ci siamo dimenticati di noi anno dopo anno, decennio dopo decennio.

    Eppure siamo figli di giganti sulle spalle di giganti. E di Abramo, figli di lui, musulmani, ebrei, cristiani, più numerosi delle stelle, nati da  una promessa, nati da una  alleanza.
    "Io ti amo,  Abramo,  perchè sei entrato tutto intero,  carne, istinto, cuore e mente e desiderio  nella relazione d'amore con me  e io sono il Padre, del Cielo e della Terra".
    Alleanza di amore paterno e filiale e fraterno che scorre dal futuro nella storia a partire da Abramo, e fa la storia.

    Una storia di amore appassionato a trasformare la Terra in un volto affettuoso che ha cura di te, verso le profondità fertili della galassia. Persino le battaglie lungo il fluire del tempo tra i suoi figli sono un abbraccio cercato.

    Ci siamo dimenticati dei nostri padri, dei loro  volti che aprono il futuro e accolgono il passato, i volti di tuo padre, di tutti i padri, su e su e su fino al volto di Abramo. Ci siamo dimenticati di noi. Noi maschi, che dobbiamo partire, noi che dobbiamo lasciare, noi che per ascoltare non dobbiamo sentire, noi che per seguire non dobbiamo vedere.

    Come Abramo, che seguì i volti dei figli promessi, tutti i suoi figli su, su e su fino a te, padre di oggi, così vicino al Padre da essere il Suo stesso volto, così lontano che non basterà tutto il tuo futuro per trovarLo, così importante, proprio tu, da essere l'unica strada per conoscerLo. Come Abramo,  padre  di  tutti noi.

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Filosofia?
di Rino Barnart
 

Il Pensiero Assente

Chi riconosce la necessità di procedere alla costruzione integralmente nuova, originaria (anche se non originale in ogni sua parte)  di un  racconto che sia capace di ridescrivere l'esperienza  degli uomini alla luce dei mutamenti materiali e spirituali intercorsi negli ultimi due secoli, muove, ovviamente, dalla percezione della totale incapacità di tutte le interpretazioni oggi disponibili di dar ragione degli eventi presenti, da una parte, e di fornire  un senso, ossia di  prefigurare un futuro per il quale valga la pena spendersi, dall'altra.

Una ridescrizione del mondo che sia  capace di mettere insieme Storia ed Utopia e perciò di fornire un senso al nostro esser qui, non può esser definito, oggi,  che "filosofia del pensiero assente".

Quest'ovvia considerazione per sé sola introduce il problema delle ragioni per le quali manchi quel pensiero, quel racconto di Senso, e la ricerca di quelle ragioni sarà già filosofia,  Filosofia della Maschilità.

Questa filosofia - se sarà - sarà un sistema  di comprensione e di elaborazione del senso  caratterizzato dalla sua  provenienza e cioè dall'esperienza del genere maschile occidentale nel XXI Secolo. Sarà il racconto degli uomini occidentali, un atto auto-creativo di comprensione e di definizione della realtà,  necessariamente relazionato all'insieme degli accadimenti dell'epoca in cui nasce. Non negherà le sue origini, e cioè la costrizione che la storia sta esercitando sugli uomini-maschi occidentali affinchè essi trovino-inventino le ragioni della loro esistenza, creino insomma il loro nuovo (o forse primo, pensato come tale) Grande Racconto di Salvezza.

Questo pensiero saprà di essere una  filosofia  parziale, non in quanto si occupi di una qualche selezionata parte dell'esistente, ché anzi non temerà di occuparsi del Tutto,  ma in quanto umilmente riconoscerà di  avere una provenienza e cioè di essere una interpretazione.

Suo primo problema sarà la ricerca di un proprio status gnoseologico capace di preservarla dall'unico errore imperdonabile che potrebbe commettere: pensarsi come sistema meramente contrapposto alla Filosofia della Femminilità, sia questa esistente o meno,  o all'insieme delle filosofie femministe, queste sì esistenti ed operanti.

Se diventa conscia di questo, allora può procedere alla costruzione di se stessa e quindi alla progressiva invenzione di sé  libera da ogni vincolo che sia in grado di percepire, protetta dalla coscienza dell'esistenza  di un'intera dimensione di condizionamenti e di limiti occulti che attendono di essere svelati e destrutturati, peraltro senza la pretesa di poterlo fare integralmente  in quanto dovrà riconoscere che la presenza di un orizzonte di limiti è condizione della sua stessa esistenza, al pari di ogni altra esistenza.

Le parole che precedono non stanno ovviamente al di fuori di quel pensiero che si è assegnato il nome di  Filosofia della Maschilità,  la quale si propone-espone qui-ed-ora perché è già qualcosa. Ecco i termini essenziali di ciò che non può non essere  (sotto pena di non essere).

1- Un pensiero per l'autodescrizione maschile nel Secolo che incomincia, intesa come indagine radicalmente e nuclearmente autonoma rispetto ad ogni etero-definizione proveniente non solo dal Genere femminile ma anche dalla precedente, ossia attuale, auto-descrizione di Genere (se mai ne è esistita una consciamente ricercata, elaborata e costruita in quanto tale).

2- Un pensiero impietoso nei confronti di entrambi i Generi, privo di qualsiasi illusione sulla condizione umana e sulla natura umana (di cui ammette l'esistenza) indagatore-disvelatore di ogni racconto di autosalvezza non esplicitato, non conscio, da qualsiasi parte esso tragga origine (in primis, maschile).

3- Un pensiero conscio dell'ineliminabile tendenza autoingannatrice di ogni riflessione e perciò indagatore irriverente della natura e della fonte delle proprie interpretazioni.

4- Un pensiero rivolto alla condizione morale dei maschi in Occidente e cioè all'intero sistema degli stati emotivi che determinano la natura ed il carattere (la mappa ed i colori) della loro esperienza esistenziale in quanto condivisa.

5- Un pensiero etico che indaga sull'interpretazione valutativa che il maschio medio occidentale è chiamato a dare degli eventi passati e presenti, e perciò su se stesso, sul valore  della propria esperienza e del suo stesso attuale e prossimo esperire.

6- Un pensiero sul senso, dunque,  e cioè sulla natura ed i caratteri dei racconti di autosalvezza che la maschilità occidentale produce - o crede di produrre - per se stessa  oggi e  nel prossimo futuro, ma ora in piena coscienza e perciò senza autoinganni.

7- Un pensiero che nasce dalla percezione - e dalla denuncia - della totale subordinazione dell'attuale auto-interpretazione maschile al Vigente Ordine Morale, in primis quella proveniente dai Maîtres-à-penser.

8- Un pensiero che intende contribuire al rimescolamento delle carte, per superare la stagione dei rompicapo interpretativi (le indagini settoriali e le analisi parziali sulla condizione attuale e prossima della maschilità che frantumano il Senso) per risalire alla Invenzione (nel doppio significato) della Cifra maschile-occidentale del XXI Secolo.

9- Un pensiero che prescinde da ogni intendimento prescrittivo in quanto lascia indeterminato ogni dover-essere parziale (ogni "Che fare?") che possa essere attualizzato nello spazio gnoseologico-etico che pure intende conquistarsi.
 

Oltre a ciò, e per ciò stesso, la F.d.M. rivolge una particolare attenzione alle scienze etologiche (quelle che affermano "Gli umani sono anche e prima di tutto animali", asserto la cui negazione è una radice della malattia occidentale) ed alla dimensione epistemologica delle relazioni infraumane ( i diritti dell'uno come confine epistemologico ed ermeneutico per l'altro, i diritti di A come limiti dell'esperienza-conoscenza di B). In tal senso va inteso che ad essa è sottesa - invisibile ma solida - un'analisi delle condizioni-limite delle relazioni tra i viventi.
Tra Filosofia della Volontà ed  Epistemologia della Frontiera.
 

Del dire e del fare

La Filosofia della Maschilità, per ragioni connesse alla sua nascita ed alla sua natura, è conscia di vivere sui due piani che classicamente riconosciamo alla condizione esistenziale, la conoscenza e l'esperienza.

Essa dunque dice-ciò-che-è come inevitabile modo di essere del parlare razionale.

Essa FA-CIO'-CHE-DICE perché agisce dentro l'esperienza dei due Generi e lo fa utilizzando quegli strumenti formali che le permettono di calarsi nella condizione esperienziale media dell'Altro con lo scopo di alterarne i percorsi interpretativi.

In altre parole, essa non spiega, non giustifica, non dimostra: PARLA.
 

La parola pubblica

La Filosofia della Maschilità, coerentemente con i predescritti suoi caratteri costitutivi, nel suo parlare pubblico non tanto mira a dire-ciò-che-è quanto a fare-ciò-che-dice.

La sua consistenza e la sua forza sono dunque valutabili in termini di effetto. L'effetto è il solo parametro del suo valore, ogni altra considerazione rimane secondaria.

Esemplarmente, le pagine in WWW mirano direttamente a questo suo obiettivo.

Il lettore stabilirà autonomamente se ed in quale misura sia qui raggiunto.

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La guerra degli alberi
di Cesare Brivio

Caro Rino,
dunque rinascerà dalle radici l’albero che tutela la vita, il suo passato, il suo presente e il suo futuro e sa crescerla per la libertà e la gioia: il cuore maschile, la sapienza maschile, l’ energia maschile, l’amore del padre. La sua distruzione è stato l’obiettivo, conseguito, dell’unica vera guerra che ha coinvolto l’ intera popolazione, combattuta in Occidente dopo la seconda guerra mondiale: la guerra al maschio e al padre. Stranamente l’unica in cui il  “feroce nemico” non si sia difeso e i vincitori non abbiano da raccontare  e mostrare alcun segno glorioso del proprio valore in guerra e del prezzo pagato. Anche a cercarli, sembra che non ci sono eroi ed eroismi da riconoscere, ma sempre e solo una illimitata remissività  maschile, l’antico volto del Potere, e una alluvione di parole. Dunque chi l’ ha condotta realmente?

E come può essere oppressore e nemico, e per di più feroce, chi non si difende? E come può essere credibile negare l’amore paterno, coniugale, fraterno, amicale, dei maschi nei millenni, maschi su cui è ricaduto il peso tremendo, di pagare il proprio amore per la vita con il proprio sangue ed attuarne, con la propria capacità, il riscatto dalla fame, dalle malattie, dalla debolezza, dalla incoscienza, dalla ignoranza, dalle angosce dell’animo umano?

Quanto mente invece chi strumentalmente ha negato e nega, sprezzandolo, il valore fondante e salvifico per tutti dell’amore maschile a partire dall’inizio della storia umana? A quale scuola,  esperta,  alla Goebbels, di campagne denigratorie e di falsificazioni storiche, precondizione di tutti i pogroms ed i linciaggi, si è ispirato?

Come ultima frontiera, con il solito battage di giornali, televisioni, e incentivazioni di ogni genere a preparare il terreno per le azioni di forza delle istituzioni del Potere, nel più assoluto e connivente silenzio maschile, gli eroici manipoli vittoriosi, inconsapevoli mosche cocchiere di ben altre intenzioni ed armate, si apprestano a concludere definitivamente l’ opera anche sul piano religioso e simbolico. L’ eliminazione del “Padre nostro”, la radice della radice,  persino dal quotidiano parlare come un modo di dire, indice di arretratezza. Dunque che non ce ne sia neppure memoria nel linguaggio, se non per alcuni nostalgici, Cristo compreso, non fonte divina di Rivelazione ma maschilista Suo malgrado.

L’Occidente dunque non deve avere più Dio come Padre? vuole sciogliere unilateralmente l’alleanza con Lui?

Di questa guerra, delle sue reali finalità, dei suoi teorici, dei suoi propagandisti, delle sue truppe, dei suoi crimini, delle sue sentenze, delle sue leggi speciali, dei suoi commissari politici e dei suoi sacerdoti, delle sue vittime, della sua incredibile capacità di esprimere ed istituzionalizzare la violenza contro i maschi senza renderla manifesta, vietandone persino il termine e camuffandola con la finalità buona della emancipazione femminile o addirittura genericamente della lotta del Bene contro il Male,  un giorno dovremo iniziare a scrivere la storia. E sarà la storia di violenze vergognose come quella che impedisce al padre per legge la difesa della vita del proprio figlio concepito, e sarà la storia della nascita di una società Orwelliana alla “1984”, la storia della perdita della libertà e dignità di tutti, questa volta in modo radicale.

Ma che cosa era ed è così importante da interessare il Potere al punto di scatenare e coordinare in modo così pervasivo ed efficace questa guerra?

Non è facile trovare una sola ragione. Sono infatti molteplici. Ma oggi sembra credibile ipotizzare anche questa ragione fra le altre: è stata ed è la prosecuzione della antica guerra del Potere totalitario  di ogni tempo per ottenere il controllo sulla riproduzione e trasmissione della vita sia biologica che coscienziale. Tanto più impellente oggi che sulla partita demografica si giocano gli attuali equilibri su scala planetaria e sul controllo delle coscienze la possibilità di mantenere un dominio feroce, sempre meno giustifcabile. Oggi con le biotecnologie applicate alla riproduzione umana e con i condizionamenti psicologici, affettivi e valoriali scientificamente strutturati dai mass-media, la prospettiva di un dominio assoluto si fa concreta. E per il Potere attuale, indispensabile.

E che cosa avevano e hanno a che fare i maschi e i padri con tutto ciò?

Fra gli ultimi baluardi a difesa, alternativi al progetto di dominio e stabilizzazione globale, sono tradizionalmente i maschi in quanto creatori di nuove civiltà e in quanto padri intorno a cui si struttura la famiglia come comunità autonoma di padre, madre e figli che accoglie la vita e la porta alla sua maturazione. Sono in particolare storicamente i maschi a sovvertire poteri iniqui, riaprire orizzonti di libertà. Sono in particolari i padri deputati alla trasmissione della vita intesa come il complesso di affetti, attitudini, pensieri, valori, codici, tradizioni che consentono il suo sviluppo consapevole, capace di affermazione e di libertà.

Sottrarre loro ogni potere ed ogni influenza delegittimandoli alla radice, in quanto maschi, è stato il mezzo per delegittimare la loro presenza innovatrice nella società attuale e in famiglia. Delegittimata la storia umana per la celebrazione dell’eternità del presente, delegittimato il capofamiglia, per delegittimare l’intera famiglia, appunto il luogo della riproduzione della vita e del suo sviluppo, per aprirla ai laboratori di Stato. Per far questo hanno dovuto e devono distruggere l’ identità maschile. Poi, dopo averla annientata, la ricostituiscono, ma di Stato, famiglia compresa, al servizio delle esigenze del Potere.

Non si sta assistendo ad una psicoingegneria del maschile e della famiglia che coinvolge i parlamenti di Occidente e propone quasi ogni giorno nuovi modelli, da sottoporre per l’approvazione ai campioni di indagine statistica? E al di là di tutte le dichiarazioni di buoni propositi non emerge e si consolida nei fatti il progetto di marginalizzare il maschio e  la famiglia tradizionale, svuotandoli di ogni ruolo e importanza, così da renderli irrisi e impotenti di fronte alle pretese di controllo del Potere? e il tutto non è accompagnato dalla festosa e martellante pubblicità commerciale nel ruolo di occulto magistero dei nuovi costumi e dell’ordine nuovo prossimo venturo?

La decisione di Tony Blair (corrispondenza da Londra tg2 delle 13.00, Lunedì 18 Dicembre 2000) che a fronte della constatata gravissima situazione del maschio inglese, completamente demolito dalle legislazioni speciali ad orientamento femminista, ha deliberato organismi di sostegno ai maschi, sembra confermare tutto questo. Divide et impera, demolisci e distruggi, poi, quando hai fatto un deserto, ricostruisci come ti pare e piace. Maschi tipo pecora Dolly, famiglie tipo allevamenti di Stato.

È un caso che l’ Inghilterra di Blair sia il primo paese ad ammettere la clonazione umana e prima ad aprire le porte alla famiglia senza padre e madre? È  un caso che sia un criminale di guerra, Milosevic, a rendere esplicito  con la eliminazione fisica di tutti i maschi del popolo da sottomettere,la famigerata pulizia etnica, il valore dei maschi come valore fondante l’identità di un popolo ed il vero significato della eliminazione dell’ identità maschile in Occidente? Maschi, padri, madri e famiglia a che serviranno ormai? C’ è uno standard per tutto. È previsto e già descritto anche uno standard per il maschio? Ne è previsto uno  anche per la femmina?

Forse una segreta convinzione agisce in questo processo e cioè che bastano i funzionari statali, biotecnologi e psicotecnologi, a produrre la Vita, l’Uomo, fuori della relazione d’amore tra uomo e donna; a sostituirsi e meglio nell’opera del Creatore. Bastano i parametri normativi definiti nei loro congressi  a sostituire, in meglio, la libertà dello Spirito di ciascun uomo. Basta il carattere occulto delle loro intenzioni e azioni per ottenere un intimidito consenso.

Basta la proceduralizzazione scientifica della violenza nell’ambito di leggi inique e sempre più spesso ormai fuori della legge, per orientare le  Anime ai loro progetti. Il potere totalitario di ogni genere e tipo, oggi conosciamo quello, non previsto, sviluppatosi nell’ambito delle democrazie in Occidente, vuole essere il monopolista non solo della definizioni dei valori. Oggi vuole il monopolio della  vita e dell’ identità: è lui a darla, e a toglierla, è lui che vuol definire che cosa è vita e che cosa non lo è. Vuol dare  biblicamente il nome alle cose e agli essere viventi. La vita nei suoi laboratori di genetica, la morte nelle sue regole per l’aborto e l’eutanasia, l’identità e il valore nelle sue leggi.

Non è forse questo l’antico desiderio dell’angelo più potente, Lucifero, più antico di Adamo? angelo oggi alla ricerca di un consenso sotitutivo al Padre e per questo ricco di promesse sempre meno credibili, costretto a promettere persino l’ eternità? Ma non è stato detto che l’uomo ha la dignità di figlio di Dio? che può dunque chiamare con nome di padre, Dio?

È compito dei maschi e dei padri trasmettere l’ identità, la passione per la libertà e, insieme alla donna, nell’amore, la vita.

Guai a rinunciarvi. L’ albero è simbolo maschile/paterno: vita nelle radici e storia negli anelli del tronco. Gli alberi, come sai, non basta  tagliarli, bisogna sradicarli, che è molto piú difficile.

Difendere le radici,  ripartire dalle radici, contando uno per uno gli anelli del tronco, facendo memoria del Padre che li ha piantati, non vedo come formulare altrimenti la strada da percorrere per difendere la vita e la libertà. Il compito da adempiere.

Verrà il giorno che gli alberi della foresta si metteranno in cammino. Ciao, Cesare

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La fine del Senso
di Rino Barnart

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Se per gli  uomini (beninteso, gli uomini-maschi) il Senso fosse finito, chi oserebbe dirglielo? Chi oserebbe, non che gridare, anche solo sussurrar loro che quel tempo è giunto, è qui, è ora? E chi starebbe ad ascoltare parole che parlano della fine irreversibile di ogni sua importanza, di ogni suo valore, di ogni sua utilità per il domani?

Allo stato delle cose, non vedo modo più incisivo per "definire" cosa sia il Senso che darne questa sorta di prova operativa attraverso l'escamotage di una sua fittizia sottrazione, metodo più che sufficiente a segnalarne la vertiginosa importanza, come infatti si vede (o meglio, come si sente, se ci si ascolta).

Il fatto è che gli uomini non sono disposti ad accettare che il Senso sia finito, che non esista più alcuna relazione con il mondo in grado di garantir loro una durata, che il domani sia ora e finalmente tagliato di netto. Comprensibile.

Era pur sempre meglio essere carne da miniera, carne da frontiera, carne da galera che trovarsi privi di un legame con il futuro e perciò costretti ad inventare (di sana pianta?) nuove ragioni di senso, nuovi motivi per spendersi oggi e domani.

Il senso finisce quando diventi inutile, quando smetti di essere creatore e perciò non solo  utile, ma soprattutto dannoso, quando il futuro non ha più bisogno di te. E la verità è che Lei, il Canale del Futuro, non ha bisogno di te, né come macchina da reddito, perché si arrangia da sola, né come fuco, perché ha imparato a clonarsi (intendo dire, auto-clonarsi). Vorresti dirti che ne hanno bisogno i figli, ma migliaia di generazioni senza padri (miniera, frontiera, galera, appunto) sono là a suggerirti che, alla fin fine, forse anche questo è falso. Vorresti dirti...vorremmo dirci qualcosa.

Ma poi ti accorgi che la fine dell'utilità è l'inizio della tua nuova era, che l'età nella quale non hai diritti apre quella in cui non avrai più doveri, che l'essere finalmente diventato superfluo per l'Altra ti rende ora utile a te stesso, che la fine del tuo valore come macchina da reddito rappresenta l'inizio di quella sognata, antica libertà che si chiama Età del Gioco. Il paradiso in terra che per te, maschio, è questo e nient'altro che questo: Esistere per Giocare.

Allora intuisci che la fine del Senso che veniva dall'Altra - da Lei - apre finalmente l'Età dell'Auto-Senso,  dove tu ti dici, tu inventi  chi vuoi essere e che la sentenza pronunciata contro di te diventa la tua salvezza perché ti sgancia dall'amore che veniva (sembrava venire) dall'Altra,  quella che ora, non avendo più bisogno di te, non ha motivo di continuare ad amarti, quella che ora, non potendo più giudicarti, si deve limitare a condannarti.

Così l'essere inutili, finalmente inutili, si trasforma in un guadagno. Entrare senza pesi, senza orpelli nell'Era dell'Inutilità, liberi e leggeri, anzi,  persino belli, come è bella ogni cosa inutile, ogni entità inservibile di questo mondo.

E così, con questa finzione letteraria, con questo nuovo cinico esercizio di auto-intimidazione, siamo andati vicini a pensare che, in fondo, se è vero che ogni guadagno presuppone una perdita è anche vero che ogni perdita ci regala un guadagno.

Questa volta il guadagno potrebbe anche superare la perdita. Chi lo sa?

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Sto dalla mia parte
di Alter Ille

Sto dalla mia parte.

Io sono di parte, la mia, quella maschile, cioè di me stesso in quanto maschio portatore di energia fallica.

Non sono più “universalistico”, come per tantissimo tempo ho voluto e cercato di fare, autolimitandomi, meglio autocastrandomi, per essere un liberatore delle “povere femmine, oppresse dal membro” e perdute a se stesse. Un “ciao-maschio” politicamente corretto, un maschio segato, che solo così poteva interpretare un universalismo che per essere tale sembrava dover essere asessuato.

Ho capito per esperienza e poi per scienza che l’unico modo di essere “universalistici”, cioè operare in modo che ogni propria azione persegua sempre il bene di tutti, nella diversità di genere, è essere di parte, fare quello che si è capaci di fare in quanto maschi e cioè organizzare il mondo tramite l’energia del fallo, l’unica energia capace di essere universalistica, e pertanto axis mundi.

Esercizio autorevole, generoso, giusto, e provvido, del potere del membro. Se questo è essere di parte, considero mio dovere essere di parte. Se questo è essere fallocratici considero mio dovere essere fallocratico, se questo è essere misogini, considero mio dovere essere misogino. Se non volessi, e invece lo voglio con tutto me stesso, non mi sarebbe consentito non esserlo, come sempre accade per i doveri iscritti nell’anima e ciò che è inscritto nel profondo istintuale della specie. Pertanto non mi travesto più da Cavaliere Inesistente “altrimenti le femmine piangono” che deve fare il Cavaliere Presente “altrimenti le femmine piangono”: codice antinomico imposto dalle donne ai maschi di oggi.

Se dunque Cavaliere sono e ho da essere Cavaliere Presente, lo faccio e mi prendo il potere e il prestigio del Cavaliere e faccio di tutto perché mi venga con chiarezza e apertamente riconosciuto. Altrimenti mi sento partecipe di una menzogna e di una farsa. Così se il potere ha da esserci, ed è comunque funzione fallica, preferisco il potere di un fallo vero che del  fallo inventato, isterico, folle e ricattatorio di una femmina.

Infatti, sia che le venga attribuito dal Potere o da un maschio che “per amore” rinuncia al proprio, si pervertono tutti e tre: Potere, maschio e femmina. Tra l’altro, fallo per fallo, preferisco il mio e mi piace tanto usarlo. Così mi assumo tutti i rischi connessi alla responsabilità di essere, nell’ambito della mia esperienza, axis mundi e fallocratico.

Il potere impotente e il fallo immaginato delle femmine l’ho sperimentato e incontrato. Per “non farle disperare” ho assecondato il loro delirio: è il peggior disastro e il peggior dolore che ho provato nella mia vita, mio e, per la cronaca, anche  loro.

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Stupro. Due prigioni e due libertà
di Rino Barnart

"Qualsiasi donna vicino a me può accusarmi di stupro ed io finisco condannato a vita. Sono troppo giovane per farcela da solo...ho bisogno di un qualche punto di riferimento...qualcuno mi aiuti!" (ricevuta il 02/10/00)

Caro Giulio,
tu esprimi con coraggiosa schiettezza il sentimento di compressione che oggi tutti proviamo (pur se in un universale silenzio)  di fronte a quel pestaggio morale antimaschile che trova nella questione dello stupro la sua arma più potente.

Ci siamo quasi dimenticati che l’umanità non ha avuto bisogno del femminismo per sapere cosa fosse e cosa sia quel delitto.  Prima dell’avvento del femminismo, da millenni e da sempre l'umanità lo ha saputo.  La gravità della punizione che ne seguiva variava poi a seconda dei luoghi e delle epoche, ma che cosa esso fosse è sempre stato certo, almeno nella misura in cui  può esserlo ogni altro reato, con le stesse incertezze che può avere ogni gesto degli uomini ed ogni altra cosa di questo mondo.

Ma con la nuova Era femminista esso è diventato qualcosa di diverso, di radicalmente diverso. Sotto l’ombrello della richiesta di punizione certa e vera per il colpevole, da una parte,  e con il pretesto di ricercarne le cause, dall'altra, allo stupro è stata tolta ogni definizione, ogni delimitazione, ogni confine.

All'abolizione di ogni definizione si è giunti progressivamente, quasi insensibilmente, attraverso un processo di cui non abbiamo avuto coscienza ma i cui passaggi ci sono ora finalmente evidenti.

Stupro era il sesso strappato alla volontà femminile  con la forza o le minacce, contro un diniego espresso e dichiarato da parte di una donna che sapeva di non volerlo. Questi sono i tre caratteri che lo individuavano e che individuano ancora - necessariamente - ogni delitto, ogni crimine, ogni torto, ogni prevaricazione. Nessuno di questi tre caratteri ha più qualcosa a che vedere con lo stupro.

Dapprima il femminismo ha proclamato che l'uso della forza non è decisivo, che le minacce di un male futuro non sono indispensabili per qualificare come crimine un rapporto. Affermò così che il comportamento del maschio non ha alcuna importanza. Ma non bastò.

Era il sesso praticato contro  la manifesta opposizione femminile (in gesti o in parole) ma poi il femminismo ha proclamato che la mancata manifestazione di quella contrarietà  non è sufficiente a garantire che vi sia consenso.
La mancanza di diniego non è prova di consenso. Sembrò perciò che almeno il SI esplicito lo fosse, che lo dovesse essere. Ma è quel SI che mai viene annunciato con le parole perché frantuma il sogno e rompe l'incanto, quel SI gelido e diretto che le donne mai dicono perché nemico dell'incantesimo, quel SI che mai si è udito e che mai si udrà. A questo inaudito SI  (che gesti e movenze sostituiscono da sempre per volontà femminile) pareva dunque affidata la verità, la certezza del consenso. L'assenso dunque non fu più affidato ai gesti ma alla parola, proprio a quella che non si ode mai. Fu così che la mancanza di esplicito consenso divenne prova di diniego. La mancanza del SI - che manca sempre - prova di stupro. Ma non bastò.

Era un coito attuato contro una donna che sapeva di non volerlo, ma - da ultimo - il femminismo ha proclamato che la sensazione femminile di volerlo e di averlo voluto non significa nulla, intendendo che dove la volontà non fu violata ciò indica che fu probabilmente carpita.  Lei credeva di volerlo, ma in realtà non lo voleva. "Non pensavo che fosse stupro" è il titolo di un libro famoso dove si parla di date-rape e di acquaintance-rape. Di rapporti che la donna credeva di volere ma che in realtà non voleva. Perciò anche eventuali gesti di consenso - che possono ben sfuggire a chi non sa di non volere -  anche possibili iniziative da parte della donna stessa - che crede di volere - anche il compimento di quei gesti cui anche la più accalorata affida il segnale dell' assenso, ed infine anche il SI più netto e chiaro non significano nulla, non provano alcunché. Poiché solo la volontà conta, che valore può avere il SI di chi ignora la sua vera volontà? Non esistono  gesti che provino il consenso. Così è.

"Credevo di volerlo ma adesso mi accorgo che non lo volevo. Non pensavo di essere contraria e invece lo ero, io non mi rendevo conto di essere contraria, io non me ne accorsi,  ma lui doveva accorgersene. Anche se io non sapevo di non volerlo, lui certamente lo sapeva" (Date-rape e acquaintance-rape).

Anche se non vi è uso della forza, dunque, anche se la contrarietà femminile non viene manifestata ed infine anche se la donna stessa - in quel momento - non sente di essere contraria, tutto ciò non significa nulla. Non è questo che qualifica lo stupro. Che altro allora?

Sembra che venga richiesto agli uomini qualcosa di inconcepibile, qualcosa di impossibile. Essi dovrebbero vedere opposizioni non manifestate, peggio, intuire nella partner contrarietà di cui la  donna stessa è ignara, leggere là,  nel profondo,  dove essa stessa non riesce a guardare, ovvero e finalmente presumere il NO e dare - essi stessi - la prova, la dimostrazione del SI. Ma quando il SI non è volontà violata come si potrà dimostrare che non fu volontà carpita?

Così ora accade che gli uomini non sappiano mai se sono o se non sono stupratori, questa è la stupefacente verità del nostro tempo, e la presunzione di innocenza - già inconsistente per tutti noi quando siamo in tribunale per qualsiasi ragione - diventa affermazione beffarda nei processi per stupro. Una volta stabilito che esso dipende dal quel che la donna sente anziché da quel che l'uomo fa diventa chiaro che l’accusa stessa è prova di colpevolezza e questa è la ragione per cui l'intero Paese si sdegna e s'indigna quando un accusato (cioè un "colpevole") viene assolto.

Perché ora è chiaro cosa sia oggi lo stupro. E' ogni rapporto che la donna pensa di non aver voluto, non un rapporto che in quel momento non volle. E' una violazione della volontà femminile quale appare alla donna dopo, in qualsiasi momento successivo, non la prevaricazione di  quella che era la sua volontà mentre il gesto si compiva. Essa non risponde della sua volontà in quel momento, né dei suoi gesti e delle sue parole, è l'uomo che risponde di quella che a lei appare ora esser stata la sua volontà di allora.La sua vera volontà di ieri fu quella che le appare oggi, la vera volontà del prima fu quella che sente dopo.

Ecco perché non possono esistere e quindi non esistono false accuse di stupro. Ecco perché ad ogni accusa deve seguire la condanna.

Già tutto questo è straordinario.

Si pretende dunque che gli uomini percepiscano l'opposizione anche quando non viene manifestata, vedano  il rifiuto anche quando non traspare da nulla, lo leggano anche dietro il più inequivocabile dei gesti e, se accadesse di udirlo, il più sonoro e limpido SI?

Si pretende che gli uomini intuiscano la contrarietà anche quando la donna stessa prende l'iniziativa assumendo che quel farsi avanti da parte femminile sia in se stesso sospetto? Si pretende dunque che i maschi capiscano il rifiuto sia quando è manifesto, sia quando non viene espresso e persino quando i segnali femminili indicano disponibilità e adesione, desiderio e passione?

Si pretende dagli uomini che leggano là dove la donna stessa non giunge, capiscano quel che essa stessa non capisce, percepiscano quel che la partner non percepisce, intuiscano quel che la donna non riesce a chiarire nemmeno a se stessa, il NO?

Hai ragione Giulio, il NO è presunto,  il SI indimostrabile.

Si pretende davvero  tutto questo? Così sembra, ma così non è.

E' una stucchevole domanda retorica quella su come una persona possa manifestare la propria contrarietà ad un qualsiasi gesto quando essa stessa non sa di essere contraria. Troppo banale per meritare una risposta, come troppo ovvia è l'osservazione che non dovrebbe essere onere dell'imputato provare la sua innocenza. Persino beffarda suona poi la dottrina della "Cultura dello stupro". Nel momento in cui quel delitto non dipende più dal tuo comportamento come potrebbe nascere dalle tue intenzioni, dal tuo odio, dalla tua volontà di nuocere e di oltraggiare? Se il tuo stesso agire non ha più alcuna importanza come potrebbero averne le intenzioni che lo animerebbero?

Non distraiamoci con queste pedanterie e andiamo avanti.

Sembrerebbe allora che si pretenda qualcosa di diverso, che si dichiari - obtorto collo - ciò che non si vuol più ammettere e cioè semplicemente che il NO deve essere presunto, che il NO è la risposta ordinaria, normale, naturale. Sembra quasi che si dichiari qui quel che si nega altrove con sdegno e con indignazione, quel che si giura esser falso, e cioè proprio quel che sostenevano gli uomini del tempo andato (i misogini), riassunto nell'ormai impronunciabile espressione "naturale ritrosia femminile".

Possibile? E' proprio questo ciò che si vuole? Si vuole imporre agli uomini l'impossibile, si vuole che essi vedano ciò che non può essere visto e sentano quel che la donna stessa non sente?
O forse - tradendo i propri giuramenti - perché spinte da una forza incontenibile (quella di una verità profonda) si vuole far capire agli uomini che non devono credere alla proclamata parità del desiderio, al dogma della parità ormonale, e che invece è vera - benché inconfessabile - quella famigerata espressione che essi devono dichiarare falsa a parole ma assumere a base del loro agire. Che quell'antica verità deve essere oggi più di un tempo e più che mai il principio cui devono attenersi, negandola: la naturale ritrosia femminile. Il NO presunto.

Se fosse questo quel che si vuole tutto sarebbe semplice e chiaro e nulla si aggiungerebbe al quel che sempre è stato e sempre si è saputo se non il falso dogma della parità ormonale, una maschera più che un'arma, una delle mille forme di nascondimento delle profonde verità del mondo.

Ma non è così, caro Giulio, giacché non può essere così.

Come ad un qualsiasi avversario non si chiede alcunché, come dai nemici non ci si attende cosa alcuna, allo stesso modo in questo conflitto, in questa Guerra Civile - altra e inaudita - ai maschi non viene chiesto nulla, nulla assolutamente.
Non che essi vedano l'invisibile, non che capiscano l'incomprensibile e nemmeno che riconoscano per vero nei fatti ciò che deve essere dichiarato falso con le parole. Niente di simile, giacché in guerra non si chiede, si impone.

Se finalmente assumiamo che si tratta di un conflitto, di una guerra il cui obiettivo è stabilire la forma che il mondo deve avere, se capiamo finalmente che la posta in palio è il potere di decidere cosa sia bene e cosa sia male per tutti, allora vediamo con chiarezza che quelli che sembrano obiettivi sono in realtà solo strumenti.

L'abolizione di ogni definizione, il non sapere mai prima se un rapporto sia una festa o un delitto non sono l'obiettivo inconfessato ma uno strumento di quella battaglia.

Qual è allora lo scopo inconscio di quella forza che si esprime nel femminismo? Non può essere quel che esso dichiara, deve trattarsi di qualcos’altro, perché solo dagli effetti si può valutare il vero scopo di una ideologia, l'obiettivo finale di una qualsiasi utopia.

Lo scopo è mandare gli uomini in prigione? No, non può essere questo, perché gli uomini in prigione per false accuse di stupro sono comunque pochissimi e sempre pochi saranno.

Lo scopo indicibile, l'obiettivo vero si manifesta nell'effetto: e l'effetto è l’intimidazione degli uomini, la costituzione di una condizione di dipendenza morale radicale che li costringa a valutare se stessi in relazione ai giudizi femminili mai predeterminati, a condannarsi se Lei li condanna ed ad assolversi se Lei li assolve, a dipendere dal suo giudizio, a piegare la testa, a sottomettersi psico-emotivamente,  a pre-condannarsi perché sono già pre-giudicati, sino a schiacciarne il diritto morale all’esistenza attraverso la costituzione del Nuovo Ordine Morale: l'impero della Colpa, della vergogna e della paura. L'intimidazione permanente.

E' vero che non solo lo stupro, ma anche l'offesa, il maltrattamento, la molestia sono oggi senza definizione in quanto lo  diventano dopo - e solamente dopo - che la donna, secondo il suo successivo sentire, li avrà rubricati come tali. Perciò, come non esistono false accuse di stupro, così non esistono false accuse di offesa, di maltrattamento e di molestia. Offensivo e molesto è ciò che la donna percepisce come tale, è il suo vissuto il parametro del mondo, perciò ad ogni accusa deve seguire una condanna. Sì, caro Giulio, come tu vedi e dici, ogni relazione, ogni forma di contatto fisico o verbale è ora sub judice, strumento di intimidazione, arma di distruzione morale.

Ma è evidente che l'incontro fisico (la celebrata fusione)  non poteva non diventare la prima, la più importante, la più acuminata arma di questo conflitto, strumento di ultimo ricatto e di sottomissione, spada brandita per incutere il dubbio estremo sulla natura del nostro sentire, per distruggere l'unità dei nostri sentimenti e la certezza della dignità delle nostre passioni, per spingere gli uomini in basso, sempre più in basso, sino a quando sentiranno che l’erezione in se stessa (il gesto della Vita) è oltraggiosa e violenta, ed infine, come già fu gridato, che ogni coito è uno stupro.

Sino al giorno in cui si vergogneranno di espellere con forza dai loro lombi il seme della vita.

La Colpa e la vergogna, la vergogna e la paura sino alla devastazione finale.
 

DUE PRIGIONI E DUE LIBERTA'

Viene finalmente alla luce una verità occulta e tanto più difficile da accettare in quanto noi stessi non possiamo, non vogliamo credere che si tratti di questo: non la prigione delle catene, ma quella della paura. Questo è lo scopo, questo l'inconfessabile delitto.

Non la sottrazione della libertà fisica a pochi con la prigione materiale, ma la sottrazione di quella psico-emotiva  a tutti attraverso la cattura, l’ammanettamento, l’imprigionamento morale dell’intero genere.

Non l'incatenamento del corpo ma la schiavitù dell'Anima. Che importa a Lei del nostro corpo? Le mani sulla nostra Anima, lo stupro del nostro essere, la conquista della nostra mente. Questo è ciò che Lei vuole, questo è il suo amore.

Ma la strada della nostra libertà non può essere sbarrata. Come è vero che si può andare in prigione per cause nobili e degne, cioè da uomini liberi, così è vero che si può essere “liberi” nel corpo e ammanettati nell’Anima, per questo  è accaduto e accade talvolta che siano proprio gli uomini liberi - liberi davvero - quelli che  finiscono in catene.

La possibilità di finire in prigione innocenti per una falsa accusa di stupro aumenta solo di qualche punto le nostre ordinarie probabilità di finirci senza colpa, proprio perché maschi, perciò non è questo che ci spaventa.

E’ di altro che dobbiamo spaventarci: ci spaventi la sottomissione psicologica, quel consegnare il giudizio su noi stessi nelle mani dell’Altra, la subordinazione emotiva, il cedimento morale, lo schianto finale: questo ci spaventi.

Via dunque! Via da questa condizione non degna di noi, via da questa schiavitù, perché se non dipende da noi essere portati in tribunale e tradotti in prigione, subire la vergogna e la rovina,  dipende invece da noi il consentire o il non consentire all’Altra di giudicarci, dipende da noi il giudicare secondo il nostro sentire quale sia il valore dei nostri gesti, dei nostri affetti e della nostra passione.

Via dunque da questo tribunale di guerra che giudica senza leggi, via dalla corte marziale morale dell'Eden Femminista.

Noi siamo il nostro tribunale e ci giudichiamo da soli. Questa è una cosa che si impara a fare col farla, ed ecco allora il nostro giudizio: non siamo stupratori ma stuprati, non violentatori del corpo altrui ma violati nella nostra Anima.

Perciò subiamo la pena materiale che segue alle false accuse come un altro rischio del nascere maschi, uno dei tanti e nemmeno il più grave, ma non la condanna, entriamo in prigione da uomini liberi ma non accettiamo di vivere  “ in libertà  “ con l’Anima  incatenata.

Subiamo la pena, ma non il giudizio, perché ci giudichiamo da soli,  ora,  e questa è la nostra celeste verità: noi facciamo sesso per passione, lo facciamo per la felicità di entrambi  e se da questo  può derivarne la prigione, la subiremo, ma non ne seguirà mai la condanna, mai il giudizio su di noi, non ne seguiranno mai più né Colpa né  vergogna.

Noi siamo i giudici di noi stessi, ora. Noi siamo il nostro tribunale ed esso ha sentenziato la libertà della nostra Anima, la libertà dalla paura.

Tra due prigioni e due libertà scegliamo dunque le sole degne di noi, da oggi e per sempre.

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Agape maschile
di Alter Ille

Caro amico,
di nuovo torno a ringraziarti per il regalo che mi hai fatto con la tua presenza alla nostra riunione di ieri. Spero che ti sia trovato bene tra uomini. Con queste riunioni a me sembra che abbiamo rinnovato e riproposto  una tradizione di agape maschile, di cui oggi si è persa traccia nella generale farsesca e tragica competizione tra castrati a cui ha ridotto i rapporti tra maschi la società contemporanea. Penso che non sia cosa da poco per chi ha ancora affetto e simpatia per il destino dell’Umanità intera. Sentire di Sinistra, penso. O di Destra?

Ti dirò che quando parlo di castrati non posso non vedere anche la folla di donne perdute al proprio sesso e quindi a se stesse che ormai sono il segno più tragico con cui la nostra civiltà occidentale manifesta al Mondo il suo fallimento, la sua impotenza e la sua fine. Fine del femminile, fine del maschile, fine del sesso, fine della maternità e paternità, fine della figliolanza, fine della famiglia, fine dell’identità umana. Del resto un volto da uomini è stato, se ci pensi, la cosa più difficile da realizzare e da portare fin dall’inizio della storia umana: dopo il primo tentativo di “miglioramento”, Adamo ed Eva non si dovettero nascondere agli occhi del Padre?

Quella che Freud indicò come perversa infantile, la donna in protesta virile, viene oggi celebrata e imposta come modello di donna del futuro, fino a creare una dimensione di follia al femminile con numeri da epidemie! Pensa alle percentuali delle anoressiche, delle depresse, delle nevrotiche e delle spostate. Tutte dichiarate donne liberate! Tutte scatenate a rivendicare contro i maschi il loro diritto al membro! Diritto che adesso, nel passaggio dalla nevrosi femminista al delirio femminista, sembra diventato anche un dovere! Le femministe di ogni ordine e grado non si stanno spremendo il cervello per spiegare ai maschi come si fa ad essere maschi per davvero? Un vero reparto psichiatrico in cui le malate sono dichiarate non solo sane ma addirittura normative per tutti. E i maschi tenuti ad ascoltare in religioso silenzio la nuova rivelazione uscita dalle sacerdotesse in stato di trance.

Il discorrere tra maschi intorno ad un tavolo, in comunione affettuosa di sentimenti, intenzioni e pensieri, è l’unico ambito in cui possa riapparire la realtà, il principio di realtà e la realtà stessa. Per tutti, dunque. Oggi come milioni di anni fa. Fuori di questo ambito spirituale maschile, è la follia e la barbarie.

Per fortuna creare momenti di comunione maschile è nel patrimonio sia genetico sia culturale proprio dei maschi. Questa straordinaria capacità dello spirito maschile, di cui i maschi intessono normalmente la loro vita di relazione, è stato ed è l’unico ambito in cui l’Umanità si è ritrovata e si siano dati i fondamenti dei grandi passi avanti spirituali dell’Umanità, come l’agape maschile cristiana, a mio avviso, forma e contenuto, quindi fondamento stesso della rivelazione che ha cambiato il mondo.

Caro amico, il nostro discorrere affettuoso, la nostra intesa istintiva, la condivisione del cibo e del nostro spirito, non significa l’ultimo rifugio di maschi sconfitti, ma significa l’unica e ripeto l’unica speranza di bene per tutti. Un abbraccio.

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Femmirazzismo.
di Cesare Brivio

Corriere 9 Maggio 2001 pag. 15 . - "OKLAHOMA"

In cella 15 anni, il DNA lo salva. La polizia manipolò le prove

Washington.
Jeffrey Pierce, 39 anni, ha passato 15 anni in un carcere dell’Oklahoma per uno stupro che non aveva mai commesso. Ma ora è un uomo libero, grazie al test del DNA che ha provato l’estraneità al crimine. Gli esami di laboratorio hanno dimostrato che peli e tracce di sperma trovate sul luogo della violenza non appartenevano a Pierce, che fu condannato grazie alla testimonianza di Joyce Gilchrist, perito chimico della polizia da qualche tempo indagato per negligenza, che forniva prove quando non ce n’erano. La Gilchrist – fatto agghiacciante – ha deposto in 12 casi che hanno portato alla condanna a morte di altrettante persone (maschi sottolineo io), 11 delle quali giustiziate in Oklahoma. Anche questi casi ora vengono riesaminati. La Gilchrist ha respinto le accuse, ma l’ FBI ha detto che in almeno sei casi, compreso quello di Pierce, “le conclusioni della Gilchrist hanno superato i limiti della medicina legale”. Nel caso di Pierce, la donna scrisse che tra i peli trovati sul luogo dello stupro e quelli di Pierce “c’era somiglianza convincente a livello microscopico”.
 

COMMENTO
Assassinii femmirazzisti?
La Gilchrist, forse ritenendosi interprete del giustizialismo femminista imperante e sentendosi da esso legittimata al ruolo di giudice, si è sentita in dovere di far giustizia sui maschi una volta che fossero sottoposti al suo potere insindacabile.

Probabilmente lo ha fatto in nome del sentire comune diffuso dai mass media dominati dai pregiudizi femministi secondo cui, per esempio,  i maschi in quanto maschi sono tutti potenzialmente stupratori, (vedi in Italia fra i tanti articoli.: Avvenimenti 21 Febbraio 1999: “Stupro: singolare maschile”).

Come i negri della vecchia America del capitano Lynch, o come gli ebrei, tutti deicidi, sporchi e ladri nella vecchia Europa, ecc.. Dunque tanto vale andare per le spicce e per le spicce la Gilchrist è andata. Lei e il sistema giudiziario americano, con i mass media al seguito.(N.B.: Repubblica non ne parla). Come sempre succede nelle culture dominate dal razzismo e quindi dalla violenza che ne consegue. Chissà quante altre/i Gilchrist ci sono state e ci sono. E quanti Jeffrey Pierce, meno fortunati di lui.

Così la nostra emula del capitano Lynch, in una funzione cruciale dell’apparato giudiziario americano, forse in nome della giustizia popolare femminista fai da te, ha ucciso 12 maschi, (di cui 6 già accertati innocenti, gli altri in via di accertamento), distruggendone in aggiunta la memoria, le famiglie e i figli sotto il peso di un’accusa infamante. Domanda: queste morti, questi destini maschili di rovina, probabilmente innumerevoli ormai in Occidente, sono ascrivibili solo a criminale mancanza di diligenza e responsabilità? O si possono  anche considerare assassinii, ispirati dalle implicazioni razziste di tanta parte del femminismo, in particolare americano? così come si sono considerati delitti ispirati dal nazismo gli assassini degli ebrei, delitti del fascismo l’eliminazione, con ogni mezzo, degli avversari politici e delitti del comunismo i massacri di Stalin e quant’altri.

Si può legittimamente cominciare ad usare il termine femmirazzista per un pensiero che teorizza e alimenta una concezione secondo cui in alcuni delitti l’appartenenza al genere maschile è pregiudizio grave nella formulazione dell’accusa e nella ricerca della prova? E se sì, quanto è diffuso il femmirazzismo  negli organismi dello Stato Italiano e degli Stati? In Italia, quante sono le Gilchrist ( e i Gilchrist maschi ) a vario titolo e in vario modo votate/i alla redenzione dell’umanità tramite la distruzione dei maschi?

E quanti sono i maschi innocenti con accuse false e infamanti che marciscono in galera, o sottoterra, suicidati comunque dallo Stato e dalla cultura femmirazzista imperante? Quanto al test DNA ecco come salva: come prova regina della Gilchrist,  ha ammazzato senza appello 6 innocenti su 12, gli altri 6 ammazzati  innocenti presunti tali ma solo dopo morti!

Nelle democrazie femmirazziste per i maschi la via per dimostrare la propria innocenza passa attraverso la distruzione preventiva?

Segue in  conversazione -2
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